Displaying items by tag: miami
Lunedì 12 Marzo 2012 10:17
Winter Party!
Erano le 3 di pomeriggio di un lunedì e la cosa più normale che avevo sotto gli occhi era un ciuffo di peli di gatto. Senza il gatto attaccato. Una distesa di detriti che non vedi neanche al mercato rionale di Bombay e un’aria irrespirabile tipo Chernobyl. Con tutte le finestre chiuse.
I miei 5 ospiti (2 drag queens, 1 transessuale, un leather man e un circuit party boy) erano partiti, lasciando questa devastazione desolante e portandosi dietro, grazie a Dio, i materassi ad acqua da escursione sul Gennargentu dal mio salotto.
E non era ancora andato a vedere in che stato fosse il bagno. Per un motivo molto semplice: non volevo guardarmi allo specchio, terrorizzato com'ero che tutti i fillers messi con premura dal mio splendido chirurgo plastico fossero rimasti nell’angolo recondito di qualche club.
Mi ero appena svegliato dopo l’ultima festa in programma del Winter Party, l’after hour del lunedì mattina che tradizionalmente chiude le festività.
Il Winter Party si proponeva quest'anno più fulgido che mai, con un parterre di deejay splendido. In più il Gay Village di Roma avrebbe fatto il suo debutto negli Stati Uniti.
Ma era ancora giovedì, le aspettative erano altissime, l’eccitazione palpabile, avevo ancora il botulino a posto e le mie mises scalpitavano per uscire dall’armadio. E con la prima festa allo “Score” e Phil Romano, kaiser della consolle della prima serata, le danze avevano inizio.
Messi un paio di semplici pantaloni al polpaccio alla Cha Cha di Gregorio in "Grease" e una ancora più semplice casacca di Emilio Pucci mi avvio alla mia festa preferita, dal momento che non tutte le migliaia di ospiti da tutto il mondo sono arrivate e siamo praticamente solo noi di South Beach in stato di euforia ancora legale.
Mentre Phil porta il suo sound migliore sulla pista dello Score, decido di battere ritirata relativamente presto. Il weekend è ancora molto, ma molto lungo.
Venerdì: tutti allo Space con Billy Lace, Hector Fonseca e Javier Medina, tre talenti uniti per offrirci il leggendario gruppo “Matinee” nella sua versione americana nel club più discusso e famoso di Miami. Infatti, uno dei detti locali è: “Ciò che succede allo Space, rimane allo Space".
Quindi dopo una fila per il MIO bagno con i miei ospiti che ricordava quella per il pane a Sarajevo nel 1974, siamo tutti pronti a partire. La folla allo Space è oceanica. Mi faccio strada tra uomini bellissimi, i ballerini più provocanti degli Stati Uniti in succintissimi e bizzarri costumi, guadagnando l'ingresso alla consolle dove Hector, finalmente, mi lascia suonare la sirena: un sogno che accarezzavo da anni.
Chiaramente decido di renderlo un momento irripetibile per tutti i presenti con un boato wagneriano da cavalcata delle walchirie che riporta anche i più chimicamente alterati alla realtà . Per 10 secondi. Non male. I paramedici non ci sarebbero riusciti.
In tutto questo mi sembra doveroso ricordare che, mentre gli altri stavano in vacanza, io dovevo più o meno lavorare, sfamando al ristorante di famiglia amici e djs, anche se avrei preferito farlo in condizioni migliori.
Infatti, dicendo il peccatore ma non il peccato, avevo cominciato a fare festa anche io.
Sabato “pool party” con un dj brasiliano dal nome con troppe consonanti per essere ricordato e che forse era abituato alle piscine con i maremoti incorporati a giudicare dall’assordante livello della musica.
Mando un text message a Brett Henrichsen, il proprietario di “Masterbeat” nonchè main set dj della festa, chiedendogli di sbrigarsi ad arrivare e cominciare a suonare prima che mi veda costretto, accidentalmente, a versare un gallone di acido muriatico sulle mani di quello scellerato di un brasiliano per mettere fine a quel frastuono che lui, abituato al Sambodromo di Rio, chiama musica.
In un’afa da deserto nubiano, amplificata e resa francamente intollerabile da 3000 corpi che sudano sul mio meraviglioso gilet di lino crudo di Moschino che diceva “Sorry I am italian”, Brett arriva e mette fine alla mia miseria terrena. Musicalmente parlando.
Ma il vero atto di forza della giornata deve ancora arrivare dal momento che in serata, freschi di nomination ai Grammys per il remix di Rihanna, il duo “Rosabel” composto dai dj Abel Aguilera e Ralphi Rosario, si sarebbe impadronito della gigantesca struttura del Kar Y, lasciata quasi al buio per effetto quartiere a luci rosse .
Meno male per il giardino esterno dove mi trattengo con il dj più atteso del festival, Giangi Cappai, giunto con la sua splendida consorte Mara per suonare al debutto americano del Gay Village.
Domenica mattina, dopo giorni di temperatura torrida, arriva la festa in spiaggia con un freddo e un vento da banchisa polare, almeno per noi che viviamo a Miami.
Perfetto per la mise che avevo scelto, un semplicissimo giubbotto di velluto rosso da torero di Jeremy Scott. Senza pantaloni.
Beh, qualcuno doveva bilanciare tutti quei torsi nudi che tanto non avrebbero sentito la brina nell'aria illegalmente allegri come erano.
Dal momento che il mio carnet du bal era poco pieno, avevo pensato bene di andare a vedere lo spettacolo di Cirque du Soleil dedicato a Michel Jackson, insieme ad Alan T, il mio migliore amico nonché vocalist più famoso d'America e czar della porta dello Space, e Danny Tenaglia.
Infilandomi i pantaloni di corsa, arrivo in moto al Miami Airlines Arena per assistere allo show. Mi è dispiaciuto lasciare il beach party mentre risuonavano le note di “Titanium” di David Guetta, ma non avevo ancora completato il corso per posta di Padre Pio per l'ubiquità.
Finito lo spettacolo, via a casa a cambiarmi per la festa del Gay Village al Cameo. E una puntata necessaria alla festa concorrente con Marco Da Silva e Isaac Escalante al Mansion, fresco di restauro.
Devo dire che i ragazzi del Village vestiti da gladiatori fanno un figurone tra le migliaia di ospiti, mentre Alyson Calagna apriva gloriosamente per Giangi Cappai che avrebbe fatto la parte del leone.
In tutto questo io facevo la spola tra le due feste in scarpe da ginnastica da cowboy di Jeremy Scott e micro jeans modello Bertè ai tempi della “luna bussò".
Alle 5, esausto e con un paio di multe per divieto di sosta, vado a casa, deciso a riposarmi un po’ dopo aver messo nell’Ipod una di quelle musiche da meditazione che sembrano fatte per una terapia di insetti giganti. Ma il cellulare squilla con un tuono minaccioso: era Paulo Gois, il dj dell’after hour che mi domandava brutalmente senza mezzi termini dove fossi e perchè non ero ancora alla sua festa.
Doccia fredda, cambio di mise e via.
Tutti i mostri del Tartaro, dopo 4 giorni di festa erano lì senza farsi neanche una maschera facciale per salvare le apparenze (cosa che io faccio sempre in condizioni di feste estreme).
Alla 9 di mattina di lunedì cedo su tutti i fronti e mi arrendo. Vedendo tutti quegli impiegati di downtown Miami che in giacca e cravatta andavano a lavorare, mi chiedo se la vita che faccio sia moralmente e socialmente accettabile. Rispondo si!
Giunto a casa ed evitando la vasca da bagno dopo la storia di Whitney Houston, prendo un Ambien e vado a letto mentre i miei ospiti tornano alla spicciolata chissà a che ora dall’after hour per fare le valigie e correre all’aeroporto più intossicati che mai, lasciandomi l’appartamento, come già accennato, con un look “Diga del Vajont”.
Quando finalmente mi sveglio, mi accorgo che del mio amato gattino erano rimasti solo i peli.
Terrorizzato che i miei ospiti se lo fossero sniffato a mia insaputa, comincio a chiamarlo.
Finalmente riemerge, miagolando di paura, dalla mia sacca di Chanel e lo ricopro di baci
Lo dico sempre io che il momento più bello di una festa è quando si ritorna a casa!
Published in
Fashion
Mercoledì 01 Febbraio 2012 12:48
Miami tra spiagge, club e cultura
Miami è una delle città più gay-friendly degli Stati Uniti, sicuramente perché l'apertura e la diversità fanno
Miami accoglie arte, design, fashion, musica, vita notturna e tutto ciò che rende la vita piacevole e una città attraente, offrendo intrattenimento per tutti i palati.
La Twist South Beach è una spiaggia frequentata da un pubblico prettamente omosssuale, dove ha sede il Twist, uno dei club più famosi di Miami. Situato all'interno della città, si trova invece lo Score, dove un pubblico eterogeneo e diverse piste da ballo lo rendono consigliabile a chiunque. Per non restare a secco di cultura è indispensabile una visita al Miami Art Museum (in foto): fondato nel 1984, ospita esibizioni, collezioni permanenti ed eventi di arte contemporanea. Gli spettacoli dal vivo trovano invece la loro location ideale presso L'Adrienne Arsh Center: serate jazz, lavori teatrali in stile Broadway, ma anche spettacoli più intimisti e danza contemporanea sono solo alcuni tra i tipi di eventi che riempiono il calendario annuale dell'Adrienne.
Miami accoglie arte, design, fashion, musica, vita notturna e tutto ciò che rende la vita piacevole e una città attraente, offrendo intrattenimento per tutti i palati.
La Twist South Beach è una spiaggia frequentata da un pubblico prettamente omosssuale, dove ha sede il Twist, uno dei club più famosi di Miami. Situato all'interno della città, si trova invece lo Score, dove un pubblico eterogeneo e diverse piste da ballo lo rendono consigliabile a chiunque. Per non restare a secco di cultura è indispensabile una visita al Miami Art Museum (in foto): fondato nel 1984, ospita esibizioni, collezioni permanenti ed eventi di arte contemporanea. Gli spettacoli dal vivo trovano invece la loro location ideale presso L'Adrienne Arsh Center: serate jazz, lavori teatrali in stile Broadway, ma anche spettacoli più intimisti e danza contemporanea sono solo alcuni tra i tipi di eventi che riempiono il calendario annuale dell'Adrienne.
Published in
Travel
Lunedì 05 Dicembre 2011 11:19
Impara l’art basel e mettila da parte
E da Dallas, dove ero andato per la mostra su Jean Paul Gaultier, sono ritornato alla base, South Beach, con la sua dimensione rassicurante che si apprezza solo quando si ritorna.
La sfilza di eventi che mi aspettava al varco, avrebbe scoraggiato anche Patrizia Pellegrino: prima “The White party week”, la più longeva festa di beneficenza degli Stati Uniti in favore dei pazienti affetti da HIV, che da una semplice serata si è trasformata, negli anni, in un circuit party lungo una settimana (inclusi parecchi after hours ) e che viene seguita immediatamente dal supervippissimo, mondanissimo evento dell’anno per la città dal sole perenne: Art Basel.
Per chi non lo sapesse, Art Basel è il mercato artistico più famoso del mondo che, partito dalla Svizzera, da 10 anni ha anche un edizione a Miami. Questa manifestazione che smuove i ricchi VERI (per intenderci: quelli che vengono da paesi mai sentiti prima e con troppe sillabe), i fricchettoni, i galleristi vivi e gli artisti morti da tutto il mondo, celebra, nel suo giorno di apertura a strettissimo monitoraggio d’inviti, il suo culmine.
Seguito, ovviamente, da un codazzo inesauribile di feste, party, pranzi, cocktail, cene vernissage e receptions.
Quest’anno, per il decennale, c’erano veramente tutti: da Marc Jacobs a Roberto Cavalli, dalle star di Hollywood a quelle sciroccate delle sorelle Hilton (prese a calci fuori dai rotocalchi da quel bovide con extensions di Kim Kardashian) alle supermodels di ieri e di oggi, due nomi su tutte Linda Evangelista e Karolina Kurkova.
La ressa per entrare al vernissage sembrava la scena dell’imbarco del film “2012”. Trucidissimi security men portoricani (molto sexy dovrei aggiungere) con bazooka alla porta, per controllare gli inviti e gli invitati, agguerritissimi compratori con libretti degli assegni dall’incalcolabile potere d’acquisto praticamente in bocca, pronti a fregarsi a vicenda i pezzi più interessanti, presenzialisti e guardie del corpo di vari corpi.
Appena entrato, l’assalto sensoriale è stato violentissimo. Non sono un intenditore di arte contemporanea, ma quando vedi una tazza del cesso piena di patate venduta a 1 milione e mezzo di dollari mi sono domandato se non avessi, per caso, sbagliato tutto nella vita.
Dentro, il campionario dell’umanità al suo massimo dispiego: dagli attori alle prostitute d’altissimo bordo in cerca di attempati ricconi da spennare, da vecchie cariatidi che già vivevano a South Beach quando c’erano ancora gli alligatori che camminavano per Lincoln rd , sterminate truppe di divini mondani, svoltafiletti, jet setters e artisti in erba.
E tutti, indistintamente, finivano ammucchiati al bar per accaparrarsi un drink o una tartina gratis. Tra pesci di pongo in bacheche di vetro, disegni di Matisse, nani di Biancaneve rosa fosforescente alti due metri ($ 700.000!) e incisioni di Picasso, la folla veniva messa alla porta in maniera abbastanza brutale alle 10 per permettere alla titanica organizzazione di preparare il “Convention Center” per il giorno successivo, ufficiale giorno di apertura, in cui i comuni mortali avrebbero pagato lo strabiliante prezzo di entrata (50 dollari) per dire alle vicine di aver messo la testa in un caleidoscopio di specchi ($965.00 dollari).
Dal Convention Center, i più sprovveduti prendevano la macchina, imbottigliandosi in un traffico a croce uncinata di fantozziana memoria, mentre i più intraprendenti andavano, giustamente, a piedi alla ciclopica riapertura dell’hotel Shelbourne, storico albergo di South Beach, che approfittava della folla dell’Art Basel, per riaprire le sue auguste porte dopo un restauro da 20 milioni di dollari. Se possibile, la selezione per entrare alla festa più ambita della prima giornata, era ancora più feroce del vernissage di apertura in quanto non esistevano inviti, ma solo una scintillante guest list, comprendente gli “Who’s who” d’America , non solo creata dal leggendario Luis Canales, lo snobbissimo e inseritissimo “maitre cerimoniere” della South Beach che conta, ma anche controllata dal più famoso buttafuori italiano negli Stati Uniti, il bellissimo Fabrizio Brienza che, con un fiuto tutto suo, richiedeva anche anche i documenti .
L’organizzazione di questo gigantesco baccanale era stata creata da Susanna Bartsch, sacerdotessa della New York trasgressiva dalle notti senza fine, che era volata a Miami con la sua corte circense, i freaks nani e drag queens per dare vita ad una festa popolata da disincantati e viziosi miliardari.
E qui, tra donne in tanga e frustini su cigni gonfiabili, travestiti in crinoline e trucco kabuki, e gay addobbati da arabe fenici sui trampolini della piscina, Art Basel sposava il suo lato oscuro con quello, ben noto, di South Beach. Bungalow discreti per nascondere traffici illeciti di sesso e droghe, affinamenti di trappole per incastrare rivali compratori e alleanze inusitate.
Tra lo splendore di gioielli da mille e una notte, abiti da sogno e sotto un cielo di decine di disco balls che riflettevano le luci intermittenti del grattacielo di fronte, il popolo dell’arte mondiale celebrava se stesso e la sua scandalosa libertà. Poi parlatemi di crisi economica.
Published in
Fashion











