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Biagio Risina

Biagio Risina

Nato nel 1958, siciliano, laureato in medicina e chirurgia e specializzato in neuropsichiatria infantile.Abilitato all'esercizio  di psicoterapeuta sia per l'età evolutiva che per gli adulti,dal 1996 trasferitomi a Roma dirigo come Direttore Sanitario un centro di riabilitazione neuromotoria e psichica per bambini e adulti.

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Che tragedia cambiare città!

Lunedì 10 Ottobre 2011 10:51 Published in Siamo Pazzi? L'esperto risponde
Gentile dottore,
sono una ragazza di 20 anni. Nell’ultimo anno mi sono trasferita a Milano per motivi di studio. Prima di questo trasferimento, ho sempre vissuto in un paesino in provincia di Bologna, dove vivevo tranquillamente la mia omosessualità. Premetto che non ho ancora avuto una storia seria con una ragazza, ma fin'ora sono sempre riuscita a circondarmi di amici che conoscevano bene il mio orientamento sessuale e non ho mai avuto problemi.
Credevo che trasferendomi in una città più grande, le cose sarebbero addirittura migliorate, speravo di poter iniziare una storia importante e vivere ancora più liberamente la mia sessualità.
Invece mi sono ritrovata in crisi: senza i miei amici di sempre mi sono sentita persa e mi sono ritrovata a negare la mia omosessualità per stringere nuovi rapporti d’amicizia, al punto che ora ho paura nel dire la verità. Paura di ritrovarmi sola e di non essere in grado di affrontare la vita a Milano. Non voglio assolutamente tornare sui miei passi, voglio proseguire gli studi all’università e voglio trovare il coraggio per esprimere liberamente i miei sentimenti.
Come posso fare?
Elisa
Cara Elisa,
quando ho letto la tua lettera non ti nascondo che ho fatto un tuffo nel passato perchè quello che stai provando tu, io l’ho vissuto ai tempi dell’università, quando da un piccolo paese della Sicilia mi spostai a Bologna per continuare gli studi; ed allora era la fine degli anni 70, quando ancora anche in una grande città era difficile essere se stessi da un punto di vista sessuale!
Io penso (per mia esperienza personale), che non è importante il posto dove si vive la propria sessualità, ma in primis è più importante viverla serenamente, senza paura di manifestarla, accettandosi e facendosi accettare dagli altri, indipendentemente dai propri gusti sessuali.
È vero che l’ambiente dove si è nati e cresciuti è più protettivo e paradossalmente ci si sente più sicuri!
Importanti sono sicuramente gli amici d’infanzia, quelli veri, quelli ai quali si confida di tutto, ma quando si fanno delle scelte come la tua, di andare fuori dal proprio”habitat”, bisogna affrontare con serenità nuove amicizie, nuovi incontri e nuovi approcci relazionali.
Non avere paura di dichiarare, non di ostentare la tua omosessualità a Milano come a Canicattì! Alla gente importa conoscerti per quella che sei, per quello che sai dare, per le emozioni che sai trasmettere giornalmente!
Se poi hai la necessità di conoscere persone gay, puoi sempre frequentare i locali dove potrai incontrarle, ma se posso darti un consiglio, non ghettizzarti mai, perchè vorrebbe dire rifiutare di vedere la realtà al di là del tuo naso!
Affronta con dignità e ripeto, non con ostentazione, il tuo modo di essere e vedrai che riuscirai ad essere serena e tranquilla con gli altri ai quali non interesserà sicuramente sapere se sei una lesbica!
Ti auguro di poter a presto avere una relazione seria che sicuramente ti farà capire tante cose in merito e soprattutto ti farà innamorare dell’altra e della vita!
In bocca al lupo!

Sono gay, che ansia...

Martedì 21 Giugno 2011 16:32 Published in Siamo Pazzi? L'esperto risponde
Gentile dott. Risina,
mi chiamo Gennaro e ho 32 anni. Sono in analisi da qualche anno e faccio uso regolare di psicofarmaci che mi aiutano a contenere lo stato ansiogeno di cui soffro. Sono gay e perennemente infelice perché non riesco a capire per quale ragione nessuno riesca ad avere una relazione stabile con me. Le premetto che mi sono scoperto omosessuale da 3 anni, dopo che ho lasciato la mia compagna con cui convivevo da 4 anni per una storia con un mio collega di lavoro che mi ha portato al licenziamento. Da allora sto cercando di frequentare gli ambienti friendly affinchè possa riuscire a trovare la persona giusta per me, ma più cerco e conosco persone, qualche volta anche attraverso le chat line, più scopro persone deludenti che non mi sanno dare quello che cerco. Questa cosa mi angoscia tantissimo, tant'è che soffro spesso di attacchi di ansia o di rabbia che sfogo verso le persone che condividono qualcosa con me o comunque con le amicizie più strette. Ho perso tanti legami per colpa del mio carattere e questa cosa mi fa stare tanto male. Secondo lei è una questione di aspettative troppo alte?

Gentile Gennaro,
la sua sembra essere una storia complicata che ha senz'altro bisogno di approfondimento. Del resto la sua scelta di andare in analisi è un tentativo di soluzione del problema, attraverso la comprensione dei complessi di eventi, psichici e concreti, che l'hanno accompagnata fino a questo punto della sua storia.
Veniamo alla sua ansia. è una paura senza oggetto, ancora più temibile perchè non direttamente collegabile con oggetti definiti. Io mi chiedo di che cosa lei abbia paura, aldilà di quelli che possono essere i tentativi di spiegazione che tende a darsi. La sua stessa ricerca di relazione con lì'altro sembra essere assolutamente accompagnata e condizionata dalla angoscia che prova al pensiero di pensarsi come individuo solo nel suo compito di vivere. Mi chiedo quindi che impatto possa avere nella qualità delle sue relazioni. Forse la ricerca di un partner negli ambienti friendly e le chat line è un modo per trovare conferme alle sue angosce riguardanti il timore "non potrò mai condividere niente con nessuno, visto che è diffusa negli ambienti in questione cercarsi più per consumare rapporti che per impegnarsi in uno di questi. Che cosa si attende dall'altro? Cosa ha cercato e cosa ha trovato nel rapporto con sua moglie? Cosa significa che ha perduto il lavoro a causa della relazione avuta con un suo collega che è stata anche causa della fine del rapporto tra lei e sua moglie? Quale è stata la sua storia affettiva personale? Dove affondano le radici le
sue insicurezze? E' vero che la difficoltà ad impegnarsi in un rapporto non è una cosa che riguarda solo lei ma è al contrario una determinante negativa diffusa e riguardante molti rapporti. E' diffusa cioè la tendenza a considerare i rapporti come qualcosa che imprigiona, qualcosa da cui liberarsi. Non si cerca la libertà di essere dentro al rapporto, di determinarlo con il proprio esserci e di sentirsi liberi di viverlo, si cerca la libertà da tutti quelli che vengono vissuti esclusivamente come obblighi.
Per lei cercare un rapporto significa aspettarsi in fondo un rifiuto che la lascia in preda al dolore, alla delusione e alla rabbia. Se ha uno spazio di analisi può trovare in questo consapevolezze utili al suo viaggio personale, in quanto è possibile che lei, in queste esperienze, non faccia altro che rivivere situazioni affettive che lei stesso costella e ricrea nella sua realtà attuale.
I lati del suo carattere che sente responsabili di tutte le complicazioni che determinano la fine dei suoi rapporti sono una realtà che deve essere sinceramente approcciata, che deve essere compresa, non espulsa con la sua rabbia tutte le volte che il copione si ripete. Se lei è davvero sinceramente dispiaciuto di ciò che contribuisce a fare accadere (l'unica vera forma di libertà è capire in che modo contribuiamo a determinarla per quanto è nelle nostre possibilità), cerchi di proseguire la sua ricerca comprendendo i suoi stati di ansia e di rabbia e tutto quello che portano con loro della sua storia personale. Potrebbe avere buone possibilità di proseguire il suo viaggio con una migliore disposizione.

Parlarne oppure no?

Martedì 10 Maggio 2011 14:37 Published in Siamo Pazzi? L'esperto risponde

Caro dottore,
sono Flavia e ho 19 anni. Mi sono trasferita a Roma da un paesino della provincia lucana per motivi di studio ma fondamentalmente per poter vivere appieno la mia omosessualità. Sto affrontando per la prima volta un?esperienza di convivenza, ma per adesso le mie coinquiline non sanno ancora di me e ho paura di parlarne. Le sto scoprendo pian piano e vorrei condividere la mia omosessualità con loro, ma ho paura di incrinare i rapporti, nonostante abbiano una mentalità molto aperta. Saprebbe darmi qualche consiglio per riuscire a portarle gradualmente a capire chi sono io realmente, senza dover inventare ogni volta scuse diverse per non portarle con me la sera, perché mi vergognerei nel far capire loro che non sono come si aspettano che io sia?

 

 

Cara Flavia
mi verrebbe da risponderle subito che i tempi giusti per esprimere liberamente ciò che si porta dentro matureranno da sè. Le chiedo però quali sono le paure che emergono nel momento in cui si trova a dover decidere se far partecipi le sue coinquiline di questo aspetto della sua realtà che è la sua omosessualità. Se la sua è paura di determinare turbamenti, reazioni di esclusione, di allontanamento, si chieda perchè.

È assolutamente vero che la realtà omosessuale può incutere un certo senso di insicurezza in chi la osserva da fuori, e che questo può determinare reazioni quasi per niente mediate dalla possibilità di comprendere realtà differenti da quelle comunemente accettate. Questo tipo di reazione e di posizione può avere motivi più o meno giustificati (intendo dire che le realtà omosessuali sono una dimensione piuttosto complessa nella quale, come in molte altre, si esprimono debolezze e miserie umane come anche aspetti di forza e di nobiltà dell'animo), e gli aspetti apparentemente effettivamente negativi di questa realtà vengono volentieri presi a prestito da chi la vorrebbe allontanare liquidandola come qualcosa di sbagliato.

Se esistesse in lei il timore di incontrare nell'altro l'incapacità di poterla comprendere in quanto soggetto che vive la propria inclinazione verso il suo stesso sesso, dovrebbe forse rompere gli indugi, e nel modo più naturale possibile potrebbe raccontare questo aspetto di sè. Dopo dovrebbe essere disposta ad osservare quello che potrebbe accadere e che solo in parte dipenderebbe da lei. Certo, a lei spetta il compito di dare dignità alla sua realtà, in primo luogo cercando di superare il timore di palesarlo liberamente. lei è giovane, ed il modo di vivere cercando, trovando e mantenendo l'equilibrio necessario a distinguere tra impedimenti suoi intimi e quelli che invece riguardano gli atteggiamenti, le posizioni e i sentimenti altrui sarà per certi aspetti un opus oneroso ma per altri uno dei modi in cui conferirà dignità alle sue scelte ed esperienze personali.

La saluto.

Gentile dott. Risina,
mi chiamo Gennaro e ho 32 anni. Sono in analisi da qualche anno e faccio uso regolare di psicofarmaci che mi aiutano a contenere lo stato ansiogeno di cui soffro. Sono gay e perennemente infelice perché non riesco a capire per quale ragione nessuno riesca ad avere una relazione stabile con me.
Le premetto che mi sono scoperto omosessuale da 3 anni, dopo che ho lasciato la mia compagna con cui convivevo da 4 anni per una storia con un mio collega di lavoro che mi ha portato al licenziamento. Da allora sto cercando di frequentare gli ambienti friendly affinché possa riuscire a trovare la persona giusta per me, ma più cerco e conosco persone, qualche volta anche attraverso le chat line, più scopro persone deludenti che non mi sanno dare quello che cerco.
Questa cosa mi angoscia tantissimo, tant’è che soffro spesso di attacchi di ansia o di rabbia che sfogo verso le persone che condividono qualcosa con me o comunque con le amicizie più strette. Ho perso tanti legami per colpa del mio carattere e questa cosa mi fa stare tanto male. Secondo lei è una questione di aspettative troppo alte?
Gennaro
Gentile Gennaro,
la sua sembra essere una storia complicata che ha senz'altro bisogno di approfondimento. Del resto la sua scelta di andare in analisi è un tentativo di soluzione del problema, attraverso la comprensione dei complessi di eventi, psichici e concreti, che l'hanno accompagnata fino a questo punto della sua storia.
Veniamo alla sua ansia. È una paura senza oggetto perché non direttamente collegabile con oggetti definiti. Io mi chiedo di che cosa lei  abbia paura, aldilà di quelli che possono essere i tentativi di spiegazione che tende a darsi. La sua stessa ricerca di relazione con l’altro sembra essere assolutamente accompagnata e condizionata dalla angoscia che prova al pensiero di pensarsi come individuo solo nel suo compito di vivere. Mi chiedo quindi che impatto possa avere nella qualità delle sue relazioni.
Forse la ricerca di un  partner negli ambienti friendly e le chat line è un modo per trovare conferme alle sue angosce riguardanti il timore “non potrò mai condividere niente con nessuno”, visto che è più diffusa negli ambienti in questione cercarsi più per consumare rapporti che per impegnarsi in uno di questi.
Che cosa si attende dall'altro? Cosa ha cercato e cosa ha trovato nel rapporto con sua moglie? Cosa significa che ha perduto il lavoro a causa della relazione avuta con un suo collega che è stata anche causa della fine del rapporto tra lei e sua moglie?
Quale è stata la sua storia affettiva personale? Dove affondano le radici le sue insicurezze?
È vero che la difficoltà di impegnarsi in un rapporto non è una cosa che riguarda solo lei ma al contrario una determinante negativa diffusa e riguardante molti rapporti.
È diffusa cioè la tendenza a considerare i rapporti come qualcosa che imprigiona, qualcosa da cui liberarsi. Non si cerca la libertà di essere dentro al rapporto, di determinarlo con il proprio esserci e di sentirsi liberi di viverlo, si cerca la libertà da tutti quelli che vengono vissuti esclusivamente come obblighi.
Per lei cercare un rapporto significa aspettarsi in fondo un rifiuto che la lascia in preda al dolore, alla delusione e alla rabbia. Se ha uno spazio di analisi può trovare in questo consapevolezze utili al suo viaggio personale, in quanto è possibile che lei, in queste esperienze, non faccia altro che rivivere situazioni affettive che lei stesso costella e ricrea nella sua realtà attuale.
I lati del suo carattere che sente responsabili di tutte le complicazioni che determinano la fine dei suoi rapporti sono una realtà che deve essere sinceramente approcciata, che deve essere compresa, non espulsa con la sua rabbia tutte le volte che il copione si ripete. Se lei è davvero sinceramente dispiaciuto di ciò che contribuisce a fare accadere (l’unica vera forma di libertà è capire in che modo contribuiamo a determinarla per quanto è nelle  nostre possibilità, cerchi di proseguire la sua ricerca comprendendo i suoi stati di ansia e di rabbia e tutto quello che portano con loro della sua storia personale.
Potrebbe avere buone possibilità di proseguire il suo viaggio con una migliore disposizione con la speranza di poterle essere stato utile la saluto.

Amore si, ma non troppo!

Lunedì 29 Novembre 2010 12:52 Published in Siamo Pazzi? L'esperto risponde
Gentile dottor Risina,
vivo in una grande città e ho un rapporto stabile da otto mesi con una ragazza di 8 anni più piccola di me. Mi da tutto nel rapporto, soddisfa tutte le mie richieste, anche le più impensabili. Ha abbandonato per me le sue amicizie e ormai è come se dipendesse totalmente da me. A volte sembra quasi che non faccia un passo in autonomia senza che io dia segni d’assenso.
Mi fa piacere che una persona sia così innamorata di me, ma ho tanta paura che questo suo attaccamento mi porti presto a stancarmi di lei, e non vorrei mai che facesse delle azioni sconsiderate per colpa mia. Vorrei che riuscisse ad avere maggiore autonomia e che qualche volta mi sorprendesse facendosi desiderare almeno un pò, ma ogni volta che provo ad esprimerle questo mio desiderio, mi rendo conto di ferirla. Le chiedo, insomma, un consiglio per trovare il modo giusto per esprimermi senza risultare cattiva nei suoi confronti.
Lucia



Un rapporto nel quale ci trova ad essere corrisposti in tutto e per tutto, assecondati o anticipati in ogni nostro desiderio può far nascere, come accade a lei, il timore che tutto si possa consumare troppo presto, che anzi da quel rapporto possa venire voglia di scappare. Oltre a questo si vive un'altra paura, e cioè quella di poter lasciare l'altra, nel suo caso, sola, senza più a fianco ciò che era stato l'unico motivo per il quale esistere. Credo che i rapporti siano una realtà complessa perché figli delle trame complesse che ogni individuo porta dentro di sé, segretamente o meno, consciamente o meno. Cosa possa portare un individuo a lasciarsi andare dentro ad un rapporto, investendo (o così credendo di fare) tutto ciò che è proprio nell'altro, è uno dei piccoli, sconfinati misteri dell'esperienza affettiva umana. Cosa possa portare a lasciare tutto il proprio mondo preesistente tributando questo ad un rapporto è l'esagerazione di quel processo che prende corpo nel momento in cui, attratti dall'universo dell'altro ci troviamo a far passare in secondo piano tutto il resto. È in altre parole un processo normale, a patto che rispetti le dovute proporzioni. Se lei diventa il solo universo dell'altra tutto assume un significato assolutamente squilibrato, inflaziona il rapporto, investendolo di responsabilità che non possono essergli proprie. Un individuo, per poter vivere un rapporto, deve essere sufficientemente consapevole della propria individualità, che deve essere sentita come qualcosa che esiste a prescindere dall'esistenza dell'altro. Il bisogno di investire tutto nell'altro, del resto, fa però il paio con il bisogno di quest'altro di poter essere vissuto come l'unico elemento importante in quella esperienza infinita che è la vita, nella quale si può essere anche complici e vivere piacevolmente il gioco di soddisfare l'altro, ma senza perdersi. Cosa possa trovare in lei la sua giovane compagna, cosa lei, Lucia, abbia voluto essere per lei trova ragione di essere in qualcosa di molto complesso. Forse un buon punto di partenza per lei potrebbe essere quello di chiedersi qualcosa a riguardo dei motivi che l'hanno portata a desiderare di realizzare un tipo di rapporto che oggi fa nascere in lei delle paure. Forse questo la potrebbe aiutare a porre il problema, se di problema si tratta, a lei e alla sua compagna. Forse questo potrebbe creare le basi per una evoluzione del vostro rapporto.
Un saluto

Fiducia e rispetto: quanto contano?

Giovedì 18 Novembre 2010 13:48 Published in Siamo Pazzi? L'esperto risponde
Caro dott. Risina,
anzitutto complimenti per la sua rubrica, ho letto diversi consigli che mi sono piaciuti tantissimo e vorrei chiederne uno io per un problema con la mia partner.
Sono bisessuale, e questa cosa a Caterina da molto fastidio. Ci sono bellissimi momenti in cui stiamo bene insieme ma altri in cui litighiamo pesantemente e mi sento dire da lei che non otterrò mai la sua fiducia. Penso che in una storia d?amore sia fondamentale la fiducia (insieme al rispetto), eppure lei non lo capisce e non so più come dimostrarglielo. Mi dimostra estrema gelosia sia con le mie amicizie maschili che femminili. Io sono innamorata di lei, ma questa sua asfissia sta lentamente logorando il nostro rapporto. Come posso riuscire a farle capire che si deve fidare di me?






Gentile,
Mi verrebbe da dire compagna di Caterina… visto che non trovo il suo nome nella lettera. Lei è bisessuale dice, ed attualmente mi sembra di capire che ha una relazione con una donna, quindi di tipo omosessuale.
La sua compagna non si fida di lei. Certo la sua è una situazione complicata, come anche per la sua compagna. Tutti sono dei potenziali partner con i quali lei potrebbe tradirla in teoria. Per un uomo etero tutte le donne possono esserlo così come per una donna con lo stesso orientamento sessuale tutti gli uomini sono potenziali partner con cui si può tradire. Così è anche per quanto riguarda coloro che vivono una esperienza omosessuale. Per lei (e la sua compagna) la questione è più complessa, perché dietro ad ogni relazione (potenzialmente) potrebbe esserci il rischio di un coinvolgimento erotico. La sua compagna non ha motivo per dubitare di lei oppure potrebbero essercene? Ha un rapporto libero con lei oppure uno in cui ha importanza la fedeltà? La fedeltà non è solo un concetto anacronistico, può avere il significato del tributo offerto a chi condivide con noi una parte importante della nostra esperienza umana, il modo e il luogo in cui far crescere la complicità erotica e il senso di potersi affidare. Io non so se per voi queste esperienze abbiano una importanza riconosciuta e condivisa o se la vostra relazione è di altro tipo. Quello che sembra chiederle la sua compagna è una sicurezza in tal senso. Questa potrebbe non esserci nel vostro rapporto sia per l’insicurezza della sua compagna che per un atteggiamento suo. Presumo che non la tradisca, diversamente sarebbe strano per lei stupirsi. Forse la paura di perdere lei fa parte di un gioco che dà sapore alla vostra unione e oltre a darle fastidio è anche una conferma narcisistica dell’importanza che le è riconosciuta all’interno del vostro rapporto. Forse nell’indefinitezza della sua scelta c’è qualcosa che ancora deve prendere forma e già questo diventa un elemento destabilizzante quando trasportato nella dimensione dell’esperienza di coppia. Pensa che una scelta potrà mai definirsi per lei? Scelta nel senso di persona importante da incontrare e da riconoscere e con la quale condividere la sua esperienza in misura importante. Dal suo breve scritto mi sembra di capire che ci sono molte cose da definire per lei, e che lei dà per scontate. Pensi che non so se sto rispondendo ad una ventenne o ad una quarantenne, perché lei non lo specifica. Questo può essere espressione da parte sua di una tendenza a dare per scontate cose considerate ovvie ma meritevoli di molta attenzione. Dettagli fondamentali su cui le farebbe bene poter fare chiarezza. In bocca al lupo per tutto.
La saluto

Pulsioni omosessuali, che faccio?

Giovedì 11 Novembre 2010 14:37 Published in Siamo Pazzi? L'esperto risponde
Gentile dott. Risina,
ho trovato la sua rubrica su GAYin.tv per puro caso e se posso, vorrei chiederle dei consigli.
Mi chiamo Federico, ho 34 anni e sto frequentando da qualche tempo una ragazza, ma non riesco a concludere. Sto cominciando a pormi delle domande perché lei mi piace, eppure non riesco a provare nessuna emozione nei suoi confronti che mi aiuti a concludere, diciamo così.
Ultimamente però, guardando su Internet dei porno, mi sono reso conto di essere attratto da scene omosessuali e questa cosa mi ha turbato in modo pazzesco. Non avendo amicizie gay non ho nessuno con cui confrontarmi, eppure se penso alle "checche" non potrei mai pensare di potermi approcciare a loro. Credo che il bello dell'uomo sia la virilità stessa, ma questa cosa mi reprime e mi attrae allo stesso tempo. Secondo lei un confronto virtuale su forum e chat mi aiuterebbe?




Buongiorno Federico
Ancora una volta (forse dovrei evitare di farlo visto che è scontato) mi trovo a constatare quanto poco si possa sapere della realtà di chi come lei scrive e chiede un parere su questioni per me (non so per lei…) molto complesse.
Ha 34 anni, mi dice. Questa è la sua prima esperienza con una donna o ne ha avuto altre? Il rapporto con la dimensione maschile o femminile che ognuno di noi ha, e che orienta le nostre scelte, è una cosa estremamente complicata.  In genere si è attratti da un altro essere perché cerchiamo qualcosa che non troviamo in noi. Cosa cerca nell’altro? Cosa cerca lei nella visione di filmati porno? Che cosa la porta a scegliere filmati di rapporti omosessuali? Essere attratto vuol dire eccitarsi? Non provare emozioni nei confronti della donna che frequenta significa non provare eccitazione? È ovvio che queste questioni ed altre andrebbero approfondite in uno spazio di relazione ben più ampio di uno scambio come quello che attraverso i nostri scritti abbiamo modo di avere, ma anche più ampio dello spazio di un colloquio.
Molte volte l’esperienza di essere omosessuali ha una radice profonda, definita, anche se spessissimo vissuta in solitudine. Questo può essere causa di sofferenza, data la difficoltà e talvolta l’impossibilità a condividere con altri significativi quella realtà che dentro all’individuo è più che una certezza.
Altre volte come nel suo caso si può vivere la questione della propria sessualità con molti più dubbi. Lei cosa sente? Cosa ha sentito in passato? Che esperienze ha fatto e quali l’hanno fatta sentire dentro alla sua realtà?
Potrebbe darsi benissimo che quello che lei sente come un trasporto verso la virilità (non verso quelle che chiama le checche, esperienze maschili che somigliano al femminile presumo, o che non possiedono la caratteristica saliente che attribuiamo alla virilità), sia la rappresentazione del suo bisogno di incorporare una virilità che non sente di possedere interamente. Un po’ come in certi riti tribali, dove l’iniziazione di ingresso all’età adulta veniva accompagnato con l’atto di ricevere il membro virile (la virilità stessa) dall’adulto. In questo senso simbolico potrebbe darsi che il motivo del turbamento che lei prova sia legato al senso di assenza di una esperienza maschile nel senso di sé che ha maturato nella sua storia personale. Come del resto potrebbe darsi che abbia maturato nella sua storia una sorta di distanza dalla dimensione femminile e che tutte queste trame complesse non la rendano libero di compiere una scelta. Potrebbe sembrare strano che in una rubrica dedicata
All’esperienza omosessuale le dica quanto le ho appena scritto. Non lo è solo per il fatto che la relazione che abbiamo con noi stessi e con gli altri dovrebbe poter essere frutto di una scelta il più possibile libera. In questo senso, se lei è alla ricerca di una risposta ai suoi dubbi è auspicabile che la abbia all’interno di una esperienza libera. Se quello che lei cerca è la sua virilità e sente degli impedimenti che ostacolano questa ricerca sarebbe un bene per lei comprendere le trame di queste difficoltà che oggi sente in forma di dubbio, magari cercando risposte nella sua storia e magari ricorrendo all’aiuto di qualcuno. Se quello che lei troverà sarà al contrario il suo desiderio di vivere la sua esperienza omosessuale dovrà essere disposto a viverla. È una questione di libertà, qualunque sia la scelta che ci sentiamo portati a compiere, qualunque sia l’indicazione che ci possiamo trovare  a dovere o volere seguire.
La saluto

Amicizie si, ma più piccole di me!

Giovedì 04 Novembre 2010 14:34 Published in Siamo Pazzi? L'esperto risponde
Caro dott. Risina,
mi chiamo Giulia, ho 44 anni e sono lesbica.
Mi piace uscire, mi piace la bella vita e soprattutto mi piace stare in mezzo a ragazze e conoscere tanta gente. A volte però mi rendo conto di non essere in grado di confrontarmi con donne della mia età e ho tutte amicizie anche fino a 20 anni più piccole di me. E mi sento anche attratta da persone più piccole, che mi danno un senso di sicurezza che le mie coetanee non mi danno. Questo per me è normalità, ma qualche volta in alcuni discorsi è emerso che a parere degli altri c'è qualcosa problema. Secondo lei è vero? Con le mie coetanee semplicemente non riesco a trovare punti di confronto, ma sicuramente non mi spaventano.
Buongiorno Giulia,
non è facile rispondere a questioni come quelle che lei mi pone. Mi chiedo cosa le piacerebbe sapere e soprattutto se davvero c’è qualcosa che si vuole chiedere. Del resto lei sembra avere tutte le risposte che le occorrono, l’unica nota stonata sembrano essere i pareri degli altri (anche se mi viene da chiederle: chi sono?).
Si trova bene a vivere in mezzo alle novità, si trova maggiormente a suo agio con ragazze molto più giovani di lei. Questo perché? Forse le trasmettono maggiore energia vitale? Le sue coetanee al contrario sembrano non essere in grado di stimolarla. Che cosa c’è nella vita di queste che non la stimola? Non la spaventano. Cosa vuol dire essere spaventata? Dicendo che non la spaventano sembra forse voler contraddire il parere che viene espresso dagli altri di cui sopra.
Queste domande almeno per introdurla ad una riflessione che non sia di superficie, niente naturalmente che possa o debba necessariamente metterla in crisi, semplicemente indurla a chiedersi qualcosa sulle sue stesse affermazioni.
Del resto è perfettamente legittimo frequentare chi ci fa stare meglio. È legittimo farlo anche senza chiedersi perché si sta meglio in questa o quell’altra situazione. Lei vuole davvero chiedersi perché? Se non vuole farlo continui a fare la vita che fa, a prendere quello che la fa star meglio. Se le domande circa un ipotetico problema sono anche  le sue, oltre ad essere dei pareri di altri, magari le approfondisca.
Certo il contatto con persone più giovani le consente di mantenere il contatto con una dimensione che in questo modo lei continua a vivere anche appartenendo ad un’altra età. Chi è giovane ha una diversa prospettiva temporale, ha domande e bisogni differenti, è in cerca di risposte che non ha ancora avuto modo di trovare. Lei potrebbe trovarsi bene in questa realtà per svariati motivi, potrebbe trovare come dice rassicurante il contatto con questa realtà non solo perché più carica di energia ma anche perché questo è un modo per evitare il contatto con quelle che sono tipiche della sua età. Mi chiedo tuttavia se lei in questo modo non si precluda la possibilità di arricchire la sua esperienza, evitando il contatto con persone della sua età. Penso comunque che le questioni poste (accennate) nella sua breve lettera abbiano bisogno di un maggiore spazio per poter essere approfondite, spero tuttavia di averle fornito spunti utili ad una riflessione fruttuosa.
La saluto

Timidezza? Che pasticcio!

Giovedì 28 Ottobre 2010 10:59 Published in Siamo Pazzi? L'esperto risponde

Gentile Dottore,
sono Roberto, ho 24 anni e non mi manca nulla, fuorché il ragazzo che mi piace. Frequenta la mia stessa facoltà, lo incontro spesso in locali gay e serate, ci siamo presentati una volta, l’ho salutato qualche altra volta ma niente di più, non riesco proprio a oltrepassare le mie insicurezze e il mio essere timido. Ho pensato che se ancora lui non ha fatto la prima mossa, sapendo dove può rintracciarmi e come, significa che io non gli piaccio abbastanza. Magari questa è solo una mia insicurezza, non saprei. Forse non ha capito neanche che mi piace parecchio. Secondo lei come posso passare allo sptep successivo, senza farmi venire il crepacuore vedendolo e parlandogli?
Un caro saluto
Roberto, Roma



Gentile Roberto,
il problema della paura, addirittura il terrore che può essere provato di fronte all’eventualità di un rifiuto ha radici antiche, sia per quanto riguarda la sfera della storia personale di ogni individuo, sia per ciò che riguarda la storia dello sviluppo della coscienza che si è accompagnato alla storia dell’uomo. Al rifiuto si può reagire con un senso di annichilimento, di non essere niente dato che non possiamo essere importanti per quell’essere che nei nostri pensieri, e talvolta ingiustificatamente, appare in una veste meravigliosa. Oppure si può reagire con rabbia e esercizio di forme di potere possibili nei confronti dell’altro ed ancora in chissà quali altri modi.
Chi è lei, caro Roberto? È un timido da sempre? Quello che oggi vive come un problema è qualcosa che la riguarda, la accompagna da sempre, fa parte della sua storia personale? L’unico modo per fugare i suoi dubbi sarebbe, manco a dirlo, cogliere le occasioni che avrà per avvicinare e conoscere meglio questo ragazzo. Cosa è per lei un incontro? In che modo si innamora? Cosa mette dentro all’altro delle sue aspettative, dei suoi desideri, delle sue immagini interne? Intanto l’uomo che le fa sobbalzare il cuore sembrerebbe essere per lei allo stesso tempo l’immagine della conferma che qualcosa di così bello non potrà mai interessarsi a lei. Forse l’esperienza di innamoramento per lei è sempre stata inestricabilmente legata alla convinzione che ciò che veramente la rapisce in realtà risulta sempre essere irraggiungibile. Comprendo che siano tanti gli interrogativi che introduco in questa mia risposta ma sono quelli che è augurabile che, senza troppa fretta né troppa calma lei si ponga, trovando nelle esperienze di vita delle risposte di senso. Forse il cuore della questione sta più in questo che nella situazione particolare che oggi lei si trova a vivere accompagnato dal sogno dell’incontro e dall’incubo del rifiuto. Per quanto riguarda la situazione particolare non mi rimane altro da dirle che di tentare di avvicinare questo ragazzo, di scoprirlo nella sua realtà. Potrebbe si scoprire di non interessargli, così come potrebbe scoprire il contrario. Potrebbe mettere in conto, già che c’è, anche l’eventualità di poter scoprire un’amicizia, che è un’esperienza affettiva importante. È in gioco la sua libertà di poter vivere la relazione con l’altro, aprendosi, perché no, anche all’eventualità di quello che sembra essere solo un rifiuto, una esperienza che spaventa, ma che in realtà è qualcosa che può aggiungere del nuovo, comunque vada, alla nostra esperienza di individui nel mondo.
Un caro saluto anche a lei.

 

 

Gentile Dottore,
sono Giuseppe da Lecce e ho 37 anni. Mi ritengo, personalmente, uno che non ha problemi col sesso, come tanti altri. Ho sempre vissuto le mie fantasie in piena libertà e sono arrivato ad un esperienza piuttosto ampia. Un po’ di tempo fa, però, alcuni amici mi hanno proposto il “bondage”. La cosa mi ha lasciato in qualche modo inerme davanti alla richiesta. Temo di avere paura. Eppure, come ho detto, sono una persona totalmente aperta ad ogni tipo di fantasia, ma questa mi pare a mio avviso eccessiva. Che cosa mi può dire a riguardo?
Un caro saluto,
Giuseppe
Gentile Giuseppe,
Mi verrebbe da chiederle cosa è il vivere il sesso senza problemi. Forse in lei esiste l’equazione senza problemi uguale senza confini. Mi dice che alcuni amici le avrebbero proposto il bondage e mi chiede che cosa ne penso al riguardo. Io le chiederei intanto cosa significa che alcuni amici glielo hanno proposto. Le chiederei cioè in che senso: la proposta consisterebbe nel fare questa esperienza con loro? Mi vengono tante domande in proposito, da che cosa è il sesso ed il piacere sessuale a cosa sono le relazioni tra persone. La pratica del bondage è un gioco che consiste nel percorrere il confine oltre il quale la pratica stessa diventa violenza esplicita, mettendo in scena ciò che può terrorizzare e l’illusione di poterlo controllare in un gioco condiviso. Ciò che le so dire in proposito è, purtroppo per lei forse, quasi tutto in forma di domanda. Che cosa lega il piacere e il mettersi nelle mani di qualcun altro dicendogli in fondo che può fare di noi tutto ciò che vuole? Se si chiede a chi gode delle pratiche masochistiche il perché dell’attuazione di quelle pratiche questi risponderà senz’altro dicendo che il motivo è il piacere. Senza tuttavia poter dire niente sul motivo che rende piacevole sottomettersi ad altri esseri, che tipo di esigenza questo soddisfi. Non credo che la crescita della propria consapevolezza erotica debba passare obbligatoriamente per l’annullamento di confini esistenti. Che alcuni amici le propongano il bondage quindi cosa significa? Dovrà essere lei l’oggetto da immobilizzare, quello che si metterà nelle loro mani per provare il piacere di essere umiliato, usato e quant’altro? Sarà un gioco di gruppo dove a turno qualcuno farà la parte del sottomesso e gli altri giocheranno l’altro ruolo? Si chieda lei il senso del piacere che sta dietro ad una pratica di questo genere. E, visto che c’è, anche il senso della relazione esistente tra persone che per provare piacere devono necessariamente infrangere un limite, senza chiedersi niente sul senso del loro agire. C’è una fine nel percorso della sperimentazione erotica  o andremo in giro a trovare le ultime proposte in tema di passaggio di frontiere? Ci annoieranno gli ultimi ritrovati? E soprattutto: lasceranno intatta la nostra capacità di vivere la relazione con altri esseri o la ridurranno ad un gioco del quale avremmo perduto il significato?
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