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Flavio Nisti

Flavio Nisti

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Viaggi e Valigie

Lunedì 14 Maggio 2012 15:32 Published in Fashion

Adesso che si avvicina l'estate con tutto il suo corollario di weekends, ponti e ferie, mi sembra opportuno parlare di un argomento di profondo spessore umano che ci accomuna tutti e che, se analizzato a fondo, può portare addirittura a drammatici risvolti d' incompatibilità all'interno di una coppia: la valigia.

Eccitante farla per molti, uno stress inaudito per altri, aggravata ultimamente dalle multe che le viscidissime linee aeree appioppano senza pietà appena sfiora di un grammo in più il peso consentito. Non rappresenta più il glamour dei tempi andati, quando la Marchesa Casati viaggiava con 30 kg di velluto nero e pelle di leopardo o stemmi nobiliari e iniziali del proprietario che decoravano gli immancabili bauli di Vuitton. Il fare la valigia è un' arte di raffinitissima tecnica e grandissima strategia alla Risiko che non tutti possiedono, non solo per il lavoro concettuale che c 'è dietro, ma anche per la logistica di vaticinare  e coordinare  mises con scarpe e accessori che si indosseranno in un clima meterologico mondiale sempre più imprevedibile. Il che vuol dire che mentre voi vi preparate per un weekend a Parigi in Primavera vi potrebbe capitare di trovare la neve. Da qui la veglia sul computer, velati da una sostanziale sfiducia nella scienza della metereologia che ha già fregato un po' tutti in passato per capire che tempo potresse mai fare una volta giunti  a destinazione. Il bagaglio per l 'estate, in apparenza, potrebbe sembrare più semplice: molti abitini da squinzia cubista, bikini, parei ma con il grosso e spinosissimo problema degli accessori e delle scarpe che, come si sa, non solo rappresentano il primo, unico e primordiale amore delle donne di tutto il mondo, ma  sono quelle  che alla fine rendono il look vincente. Mentre quella per un clima  invernale vi frega già in partenza sul viaggiare leggeri,  visto  lo spessore dei tessuti, maglioni e gonnelline  in lana cotta  tirolese che fanno subito Marta Marzotto, per non parlare di canottiere  e mutandoni della nonna. Non ultimo, il  tormento  del soprabito da portare che vi risolva la mise della sera e della mattina. Non mi avventuro nel parlare  delle valigie per la settimana bianca, sennò mi viene un attacco di ansia che richiederebbe l'uso immediato di una boccetta da mezzo litro di Lexotan. E neanche del terrore all'aereoporto che ve la freghino, o peggio, che sparisca per poi ricomparire imbottita di qualche cosa d' illegale che vi farebbe guadagnare un soggiorno a vita, nonché un rapporto epistolare strettissimo con la vostra ambasciata locale per lunghissimo tempo. Anche se ho visto madri lasciare un  bagaglio-specchio per le allodole con il bambino sopra con la speranza vederseli rubare entrambi. Vivendo in America, con l'assoluta paranoia post attacco 11 settembre 2001, all'aereoporto mi è stato sequestrato di tutto: dalla lacca per i capelli, alle forbicine per le unghie e le pinzette per le sopracciglia. Ma mai la vasellina. Ottima per combattere l'aria secca dell'aereo, ovviamente.

Un altro  problema  si presenta  quando si visitano posti con temperature differenti durante lo stesso viaggio, come succederà a me la prossima settimana andando a Rio de Janeiro, con 30 grandi, e a Buonos Aires dove ci sarà la neve. In questo caso avete due soluzioni: o comprate un giubottaccio con cui non vi fareste vedere in giro neanche morti e che poi lascerete ad un ente locale di beneficenza, oppure chiedete ad un amico di prestarvi qualcosa senza farvi sentire la piccola fiammiferaia.

Io ero uno di quelli che si  spostava con bauli e cappelliere tipo  il "Circo Orfei" in tour. Mi portavo  dietro veramente di tutto. Se c'era un matrimonio, io ero pronto. Se dovevo catapultarmi oltre le linee nemiche al fronte, avevo la tuta mimetica. Se c'era una festa a tema rinascimentale, la cappa di velluto era a portata di mano. Ma un incidente ha cambiato la mia vita. Lo spaventoso episodio  capitò - Sorpresa! - con l' Alitalia. Ma in realtà potrebbe succedere con qualsiasi linea aerea. A meno che non viaggiate con Ivnaka Trump nel suo jet privato. Dieci  anni fa, venne perso per 12 ore, un mio bagaglio contenente 24 camicie di Emilio Pucci .

Facendomi provare  la stessa sensazione di quando ti staccano il tubo dell' ossigeno durante un'escursione clandestina all'isola di Montecristo. Non avrei mai pensato che una personcina di gusto come me potesse proferire parole di quel genere ad un impiegato, pronto con il dito sul bottone d'emergenza per chiamare la neuro-deliri. Dopo un paio di coliche, voti alla Madonna del Divino Amore e tre collassi, la valigia venne ritrovata. Quando la rividi mi sentii come l'ape Maia quando rincontra  il padre.

A  parte il fatto che le compagnie aeree ti rimborsano con 3 buoni pasto  e 20 centesimi per la perdita del contenuto, la cosa più allucinante è pensare che tipo di dirigenti l'abbiano vista, proprio loro che sembra non aprino mai un giornale di moda.

Da quel giorno ho giurato, prendendo a modello  Rossella O' Hara a Tara, che non avrei mai più spedito una valigia. E così è stato. Ho studiato un  guardaroba fatto di t-shirt di seta che hanno uno spessore minimo e viaggio con il trolley e un borsone. Per riuscire in questo ardimentoso compito, ho dovuto rimuovere un episodio abbastanza curioso della  mia adolescenza. Sulle orme  di "Indiana Jones e l 'ultima crociata", la zia carnale, grande viaggiatrice in gioventù di mete che definire esotiche sarebbe un eufemismo, decise che mi avrebbe portato in Giordania a vedere Petra che all'epoca era  un posto toccato pochissimo dal turismo mondiale al punto che esisteva un solo albergo ed solo una strada asfaltata che la univa alla capitale Amman. Non dimenticherò mai le sue istruzioni: "Porta poco e molto leggero, andiamo sulle tracce  dei Nabatei". Feci incetta di bermuda e camicie di lino. Lei no. Si presentò con la cassettina dei bigodini che si riscaldavano al momento, rendendosi chiaramente conto troppo tardi che, in un albergo a dir poco primordiale di un paese musulmano, non sapevano neanche cosa fossero. Fino a quando non la videro scendere alle 6 della mattina, per la traversata sul dorso di acciaccatissimi asinelli, vaporosa come Minnie Minoprio. Aveva trovato una presa elettrica. Ma da quell'episodio ho imparato anche che in viaggio, ci si può arrangiare in qualunque situazione ed emergenza. E se anche non doveste mai lasciare la vostra città natale, ricordate sempre uno degli aforismi della più grande fashion-edit mai esistita, Diane Vreeland: "L'occhio deve viaggiare"..

 


Calvari femminili...

Lunedì 16 Aprile 2012 09:46 Published in Fashion
Francamente la storia del serpente e della mela mi è parsa sempre molto riduttiva. In realtà è successo molto di peggio. Stando alla versione originale, dopo che Adamo ed Eva commisero il peccato originale, furono cacciati dall'Eden con conseguenze spiacevoli.
Il che già contraddice il vecchio detto “Una mela al giorno toglie il medico di torno”. Ma mentre Adamo se l’era cavata solo con la consapevolezza di essere dotato di un pene, e di conseguenza, averlo coperto con la prima mutanda della storia, una foglia di fico, la povera Eva non solo si era beccata il parto doloroso che milioni  di donne  in tutto il mondo avrebbero evitato un paio di migliaia di anni dopo con l’epidurale, ma era stata bastonata  anche con  il periodo mestruale, i peli, la cellulite, le smagliature e la ricrescita.
Tutte cose che le Sacre Scritture hanno dimenticato di menzionare!
Di queste cinque piaghe extra, mentre stava al villaggio Valtur “Eden”, Eva non doveva preoccuparsene. Infatti  le mestruazioni non sapeva cosa fossero, la ceretta non se la faceva  perchè un po’ di pelame in più  aggiungeva quel non so che di selvaggio e incolto che nella giungla fa sempre “look”, la cellulite e le smagliature  non le venivano  perchè, sempre secondo le Sacre Scritture, mangiava solo frutta che è diuretica (quindi anche zero ritenzione idrica), e siccome era sempre bel tempo i colpi di sole venivano naturali e la tinta non se la faceva. Neanche quelle vegetale. Con tutto quel verde a disposizione avrebbe potuto creare tanti di quei colori da far sembrare la tabella colori di L’Oreal un campionario dimostrazione per i pennelli Cinghiale.
Tutta questa noncurante leggiadria bucolica, portò alla creazione di un “trend” tipo femminista anni 70 se vogliamo, che avrebbe comunque anticipato una tendenza moda di una certa importanza . Avanguardia pura.
Da tutti questi semplicissimi sofismi si evince un concetto molto semplice: non solo Dio è uomo, ma è pure maschilista.
La mia idea si è rafforzata al punto di diventare convinzione ferrea osservando da vicino la prima gravidanza di mia sorella. Magari sarò un tantino perverso, ma io questa mistica della maternità più di tanto non la vedo.
Ogni volta che le osservo la pancia muoversi mi  viene  in mente “Alien”. Non un inizio promettente per me, futuro zio, che forse ho visto troppi film di fantascienza.
Ma quello che mi turba di più è il pensare che tutto questo progetto di 9 strazianti, lunghi mesi sarebbe stato molto più semplice e gestibile se Dio non fosse stato cosi determinato a rendere la vita miserabile alla donna e avesse usato come ispirazione quella che io reputo la sua più grande creazione: l’ornitorinco femmina. L’ornitorinco femmina non solo si trova perfettamente a suo agio sia in acqua che in terra, risparmiando cosi sulla barca e la macchina, porta la pelliccia senza che gli animalisti dicano nulla, ha  le ciglia lunghe, quindi niente rimmel che cola quando si bagna, ha  il becco da papera così può comportarsi da oca giuliva senza che nessuno gli dica niente e ha il veleno negli artigli, in caso qualcuno faccia delle avances un po’ troppo invadenti. Ma soprattutto non ci pensa nemmeno a sobbarcarsi il peso della gravidanza. Infatti è l'unico mammifero, insieme all'echidna  che deponga  le uova. Cosa che ha grandissimi vantaggi. Infatti l' ornitorinco femmina, oltre a rimanere  magra e quindi senza cellulite o smagliature, anche grazie ai corsi di nuoto sincronizzato che esegue giornalmente nei fiumi dell'Australia, ha zero  problema di gonfiori, non ha l'assillo di rimanere gravida senza desiderarlo, visto che, alle brutte, tipo dopo una nottataccia da “una botta, una tacca”, con un fastidio minimo depone le uova da qualche parte e riprende la vita spensierata di sempre. Nessuno la assilla chiedendo chi è il padre, a chi somiglino di più i cuccioli o la accusi di essere di facili costumi.
Nessuna depressione post parto. E può darla a bere che è ancora vergine. In pratica butta il sasso e nasconde la zampa. E se poi, in caso non avesse di meglio da fare e decidesse di allevare la prole, va nella tana, da una scaldatina alle uova e poi segue con il suo consueto programma, tutto questo fino allo schiudimento. Mica scema!
Purtroppo alla donna è andata diversamente e si vede costretta a portare sullo stomaco l'equivalente del peso di un sacco di mangime per cocorite dell'Amazzonia per 9 mesi!
Il divertimento comincia, per una gestante, soprattutto superati i 30 anni, dopo che il ginecologo l'ha bollata a vita come “PRIMIPARA ATTEMPATA”! Io sinceramente se qualcuno mi dicesse ATTEMPATO lo prenderei a sberle fino al traghetto per le isole Eolie!
E qui ci sarebbe da aprire una parentesi sul fatto che l'uomo a 40 anni è solitamente sexy mentre la donna viene rinchiusa nel lebbrosario delle “indesiderate” con le tube chiuse e le ovaie avvizzite. Ma è meglio lasciar perdere l'argomento.
Sempre rimanendo sul tema un po’ “National Geographic” delle afflizioni femminili, il ciclo mestruale mensile funziona tipo gli aculei dell’istrice: tiene lontano gli indesiderati, che in quei giorni include  praticamente tutto l'elenco del telefono, Facebook compreso, e fa svicolare senza sforzo dalle voglie del marito a cui la segretaria ha dato buca.
Potrebbe anche non essere poi male avercele ma il realtà il prezzo è altissimo. Innanzitutto arrivano sempre quando c’è una festa pazzesca, fanno venire i crampi e richiedono l'accessorio più sfacciato da portare in giro dopo il Calippo: l'assorbente. Che chiaramente è il primo che esce fuori se si rovescia la borsetta. Il che succede solamente in posti rigorosamente affollatissimi.
Altra croce che le donne sopportano con la storicità di un martire cristiano è la cellulite. Si insinua  prestissimo.
Massaggi, creme, liposuzioni, e succhiamenti vari. Niente. Lei rimane lì tenace come la spada nella roccia. Chi aveva riposto le speranze nei fanghi del Mar morto di Vanna Marchi ebbe una delusione cosi cocente che neanche Rosanna Lambertucci e la dottoressa Tirone sono riuscite a dissipare.
Altra croce pressoché mensile è la ceretta. Finiti i tempi di “Donna baffuta,sempre piaciuta”, il gentil sesso (ma anche tanti uomini va aggiunto) si sottopongono a questa moderna versione dello scuiamento per rimuovere la peluria extra.
Pare che il dolore di quella brasiliana che rende le parti intime di una donna lisce come una pesca sia di un dolore intollerabile.
A chiunque abbia chiesto, mi è stato risposto che la fanno per sentirsi più “fresche”. Il che presupporrebbe un qualche tipo di precedente accaloramento sul quale non mi sento di indagare più a fondo.
La ricrescita è un altra fonte pressoché mensile di preoccupazione in quanto pochissime donne si lasciano i capelli del colore naturale. Ma questo è un calvario diciamo riduttivo e voluto quindi affari loro!
Ma la prova più grande dell'accanimento di Dio verso la donna si manifesta più avanti con gli anni. Dopo averle fatto  passare  la vita a combattere con tutti i problemi accennati, poco prima che possa tirare i remi in barca, l'Onnipotente gli ha appioppato la menopausa che si manifesta con le famose “scaldane” che fanno sudare anche in Islanda a gennaio.
Mentre noi uomini continuiamo allegramente con il Viagra e Cialis fino a 80 anni...
Lo capite adesso perche Dio è maschilista?

Una regina tra i wrestlers

Mercoledì 04 Aprile 2012 10:50 Published in Fashion
Quando mi invitarono al “Wrestlemania”, la serata più importante dell'anno dello sport più cafone del mondo, che veniva pubblicizzata da settimane su bandoni pubblicitari adornati da facce truculente per tutta Miami, decisi di andare.
Mentre guidavo, non riuscivo a togliermi dalla testa che avrei visto dal vivo uomini enormi, oliati e seminudi, un po’ come  Yvonne De Carlo in peplo rosa e cappa lamè d’oro plissettata al mercato degli schiavi su “Ben Hur”.
Solo che mentre lei li esaminava da sola, io sarei stato in mezzo ad un’adunata oceanica. La solita jella.
Arrivato al Sun Life Stadium, con un’afa primaverile agghiacciante, trovo un muro di 80.000 persone che si accalcano felicemente ai cancelli, in attesa di un rito che non avrà nulla di minaccioso, in completa antitesi con l'atmosfera da guerra civile che di solito si respira negli stadi italiani.
Essendo in anticipo, decido di farmi un giro. Non avevo nessuna fretta di sedermi tra un tizio con una spada gioiello infilata nel sopraciglio sinistro e un altro che, avrei scoperto di lì a poco, avrebbe sputato ininterrottamente sulle mie scarpe di Prada le bucce di qualcosa che immagino sia stata così deliziosa da meritare di essere sgranocchiata per 4 ore di fila.
Quello che mi ha colpito subito è che il colore predominante tra gli spettatori era il nero, una scelta che fa molto cocktail da mezza sera.
Meno male che ero arrivato anche io con una Lacoste nera, un filino troppo avvitata forse, ma che mi permetteva di sentirmi a mio agio.
La scelta si era rivelata saggia. Avrei odiato l'eleganza fuori posto della mia  mise se avessi deciso di presentarmi con un paio di pantaloncini di lycra argento e viola.
Così, tanto per rendere omaggio al folklore locale.
A rallegrare la miriade di magliettine nere, c'erano comunque omaccioni in calze di filanca gialle e stivaletti, oppure con taglio di capelli tipo “Truciolo”, il compianto ballerino di “Fantastico” e t-shirt sbrindellate, omaggi caserecci ma d'effetto ai  loro wrestlers prediletti.
Il che, più tardi, mi fece riflettere su un'altra questione: come mai un bestione da 150 chili sul ring con un top di maglina ad una spallina sola veniva applaudito, mentre, se lo avessi indossato io, sarei stato venduto a trance su una delle migliaia di bancarelle che offrivano il peggio del peggio della già questionabile gastronomia americana?
Ingiustizie del mondo etero. Comunque, mentre mi aggiro tra pugni di gomma piuma oversize per  bambini, unghie dei piedi lunghissime esibite con la nonchalance di chi pensa che si taglieranno da sole, capisco che l'accessorio del giorno era il cinturone souvenir da wrestelr: 25 dollari di plastica, 375 quello in metallo. Un affare! Meglio ancora se indossato dalle mogli. Loro aggiungono ai brillanti di plastica che spavaldamente li adornano, le gocce di senape e mostarda che sgocciolano dagli hot dog che si infilano in bocca con fare ammiccante di fronte ai fidanzati.
Ho un cerchio alla testa. Meno male che mi ero portato una bustina di Aulin. Neanche comincia a fare effetto che inizia lo spettacolo con il bellissimo inno americano al quale scattano tutti in piedi mentre due jets passano rasi sullo stadio con un rumore assordante.
Sarà che sono cittadino americano ma è una cosa che mi emoziona sempre molto. Ogni entrata dei lottatori viene preceduta da una produzione hollywoodiana con tanto di altissimi fuochi d’artificio e fiamme che speravo primo o poi avrebbero mandato in cenere  le terrificanti  e gigantesche palme finte che sorreggevano il palco.
I beniamini del pubblico sono tra gli esemplari più grandi di essere umano che abbia mai visto e si alternano alle donne wresters che io adoravo e che nessuno incitava.
Come era possibile non applaudire queste smandrappate coperte di lustrini che fingevano di darsele di santa ragione senza che le loro voluminosissime messe in pieghe striate da biondissimi colpi di sole si muovessero di un millimetro?
Geniale chi ha creato l'immagine di queste Barbie gonfie di silicone, lacca ed estrogeni. Da premio Oscar il parrucchiere che le pettina!
Dopo 54 match in cui uomini più o meno enormi regalano al pubblico eccitatissimo i posticci  sussulti di un finto combattimento il cui risultato è stato deciso a tavolino, comincio ad annoiarmi.
Ho la malaugurata idea di andare in bagno. Uno spettacolo che non si vede neanche al mercato rionale di Calcutta.
Decido saggiamente di rimandare la pratica al mio arrivo a casa.
Ma devo aspettare assolutamente di sentire i pettegolezzi incontrollati che si rincorrono tra gli spalti: l'incontro finale tra un tizio che chiamano "The rock" che tutti conoscevano tranne me ed un altro, tale John Cena, bello come il sole e grosso come una portaerei che, avrei appreso di lì a poco, odiano da tutti.
Dopo una spaventosa esibizione di una cantante rap mai sentita con un vestitaccio sgualcito e lo smalto scheggiato seguita da Flo rida che manda inspiegabilmente tutti in visibilio, si arriva al match finale con fiammate e fuochi d'artificio ancora più abbaglianti.
Comincia il match. Stesse mosse, stesso copione che si ripete da 4 ore.
Ne approfitto per pulirmi le scarpe dalle bucce che continua a sputare il mio vicino.
Finisce il match, vince "The rock" tutti contenti mentre il cielo si illumina di mille colori.
Non male tutto sommato per essere uno spettacolo nazional popolare. Avvincente a suo modo.
La prossima volta resto a casa con "Fiorile" dei fratelli Taviani.

Voci prigioniere

Lunedì 26 Marzo 2012 09:44 Published in Fashion
Ho voluto aspettare che il cicaleccio per la morte di Whitney Houston cessasse un po’ prima di scriverne, che coloro che derisero la sua vita assediata si chiudessero in un mortificato silenzio nel rimpianto di tutto il veleno sparso su un’anima persa.
I meriti artistici, il dramma personale di quella che è stata una delle cantanti più rappresentative della mia generazione furono, e sono, sotto gli occhi di tutti e non mi sembra il caso né di riaffermarlo, né di parlarne
I processi del pensiero, si sa, sono tortuosi e non sempre raggiungono, in un primo momento, una loro logicità immediata nel loro evolversi. Per questo mi sono sorpreso profondamente quando nella mia testa sono cominciate a girare vorticosamente immagini di Maria Callas avvolta in un peplo bianco per “Norma”, il ruolo che ha interpretato più volte sul palco, e Whitney Houston in un abito di forma tipica della fine degli anni 80, sempre bianco, mentre cantava dal vivo sul palco dei Grammys “One moment in time”.
Ho cominciato ad investigare per puro artificio didascalico il perchè di questa mia, apparentemente assurda, associazione di immagini, cosi distanti tra loro.
Immediatamente mi ha colpito l'eccentricità delle situazioni che avevano in comune. Per cominciare i loro nomi, dal momento che la "M" di Maria è la "W" di Whitney rovesciata.
Fin dalla loro prima adolescenza cominciano i paralleli. La madre della soprano la spingeva a cantare per i nazisti durante l’occupazione della Grecia, quella di Whitney la faceva cantare bambina nei club in cui si esibiva.
Whitney era profondamente religiosa, cresciuta nell'ambito della chiesa battista, faceva parte dei cori ecclesiastici e verso la fine della sua vita venne ribattezzata nelle acque del fiume Giordano. Maria era di religione greco- ortodossa, non si separava mai da un quadretto della Vergine regalatole dal marito, si rifiutava di cantare se non ce l'aveva in camerino e fu l'unico oggetto, oltre il passaporto, che si portò via dalla casa di Sirmione per raggiungere Onassis dopo la celeberrima crociera sul Christina che segnò la fine del suo matrimonio.
Si faceva sempre, alla maniera ortodossa, tre volte il segno della croce prima di ogni performance .
Inoltre la soprano, tormentata dall'obesità dopo la cura dimagrante, rivoluzionò gli schemi della lirica diventando la prima nel mondo dell'opera ad avere un corpo da indossatrice che diede maggior spessore e più credibilità ai ruoli che interpretava.
Whitney fu, non solo la prima cantante di colore che unì alla voce una bellezza morbida e rassicurante che la differenziava dalle altri cantanti nere giunte fino ad allora  al successo,  ma fu anche la prima  modella non bianca ad apparire sulla copertina di “Seventeen”, il “Vogue” delle adolescenti americane.
Whitney, dopo sette anni dall'uscita dell’ultimo album, pubblicò “I look to you”, che si rivelò un mezzo fiasco, chiuse la sua carriera di esibizioni dal vivo con una catastrofica tournèe.
Maria ritornò in sala registrazione per un album di duetti con il tenore Di Stefano, album che venne dilaniato dai critici, e fece un’ultima tournèe in cui, come Whitney, dovette affrontare con  le sue ridottissime abilità vocali .
Per le due artiste, questi ultimi shows furono motivo di grande imbarazzo, soprattutto alla luce di quello che erano diventate. Entrambe rinnegarono queste due ultimi cicli di shows, ma si sentirono in dovere di farli per dimostrare a Bobby Brown e Onassis che erano ancora quello che purtroppo non erano più. Erano diventate entrambe voci prigioniere.
La Callas l’aveva rinchiusa in una gabbia dorata di balli, mondanità e amore assoluto per Onassis, la Houston in un inferno di droghe e squallore.
E di quelle prigioni, entrambe avevano gettato via volontariamente la chiave. Non ha importanza la maniera nella quale persero la voce, quello che conta è che ambedue la sacrificarono per qualcosa che non ebbe pietà del loro celestiale dono.
Quando si accorsero che le loro scelte autolesioniste avevano schiaffeggiato Dio, capirono il peccato mortale senza redenzione in cui erano incappate. E tutte e due morirono. Entrambe in bagno, entrambe trovate da un inserviente.
Il giocare con sostanze stupefacenti, anche se quelle della Callas erano pillole dimagranti, sonniferi potentissimi e stimolanti per il giorno, era stato fatale alle due dive.
Si parla spesso in questi casi di suicidio, di eccessi, ma la verità è che il suicidio, la morte naturale, l’incidente, le malattie non sono gli unici modi per lasciare questo mondo.
Si può morire così, semplicemente abbandonando la vita.
Forse è quello che è successo.
La perdita di quel dono immenso con le quali entrambe si identificarono, per il quale vennero idolatrate e nel quale si persero può aver causato i loro decessi, una volta che entrambe finirono di distruggerlo consegnando cosi le loro voci prigioniere di quando erano in vita alle immensità dove per sempre riecheggeranno.

Le casalingue di Dolce e Gabbana

Lunedì 19 Marzo 2012 11:40 Published in Fashion
Le frutterie e i mercati rionali di tutta Italia sono in gran fermento: finalmente la collezione primavera estate 2012 di Dolce e Gabbana è arrivata dei negozi! Stanchi di vedere le povere casalinghe arrabattarsi a cercare la lista della spesa scritta con la matita per gli occhi Pupa – dal cofanetto “Pura Hollywood” – sulla ricetta medica del bambino, il dinamico duo ha inventato l'abito perfetto per la donna che non ha tempo da perdere, indaffarata com’è a cercare di sfamare la famiglia alla faccia del governo Monti.
Reinventando le tovaglie incerate che imperversavano sulle tavole italiane negli anni 70, Dolce e Gabbana hanno creato l’abito – lista della spesa – con stampati che sono un tripudio di primizie agricole, insaccati e formaggi che la casalinga userà all’occorrenza.
Vi servono le cipolle? Ecco pronto il top con le coppe sagomate decorato dal lacrimoso vegetale, la cui prosaicità è smorzata e resa glamour dai narcisi.
Voglia di melanzane alla parmigiana? Eccole lì in tutto il loro inquietante turgore scuro a decorare i tailleur.
Marito distratto? E voi infilatevi con voluttà la gonna a ruota stampata con i peperoncini e fatevi un giro dal fruttivendolo alla maniera di Mina su “Ma chi e quello lì”, la leggendaria canzone in cui una donna con scalmane pre menopausa abborda i clienti maschi del supermercato, e vediamo cosa succede.
Se siete abbastanza sfacciate, chiedete a Nando, il figlio diciottenne del già citato fruttivendolo, di aiutarvi a preparare un piatto piccante per riaccendere la foia del vostro distratto consorte. E vedrete che il testosteroneamente inquieto fanciullo vi manderà a casa più felici, decisamente più ispirate nel duello quotidiano con i fornelli e molto, ma molto pronte a sfornare manicaretti.
In fondo, cosa c’è di più erotico di un retrobottega, adagiata sui sacchi di juta per togliersi gli sfizi?
Se invece la leccornia giornaliera prevede le zucchine al gratin le avete gia pronte sul pagliaccetto con laccio a soffietto di chiara ispirazione anni 50.
In vena di scampagnata domenicale? Niente di meglio che i pomodori ripieni di riso, facili da portare e che abbondano sul giacchino taglio Chanel impreziosito da bottoni gioiello.
E nel caso vi servano sia le melanzane che le zucchine, non abbiate paura: con la moda gastronomica si può mescolare a proprio piacimento, basta che le sporte della spesa tornino piene a casa.
Ma la solidarietà di Dolce e Gabbana per le categorie meno fortunate non si esaurisce con le casalinghe. Con fervore da “We are the world” e impietositosi per la sorte degli impiegati del pastificio De Cecco, preoccupatissimi per il calo delle vendite a cause della crociata contro i carboidrati perpetrata dagli eredi della dottoressa Tirone e Rosanna Lambertucci, i due stilisti hanno dichiarato guerra alla pasta di kamut e a quella integrale impreziosendo gli orecchini con fusilli, rigatoni, farfalle e paccheri.
Questa dichiarazione d'amore per la pastasciutta, li ha spinti ad aggiungere paccheri, cannelloni e ravioli come decorazioni sulla tracolla delle borse in vimini e coppale e a far regalare ad ogni cliente che riesca a pagare più di 1000 euro cash senza che Monti se ne accorga, una copia del libro “Mai più senza sugo”.
Non solo. Ribattendo la sacralità del carboidrato, hanno pensato di mandare in passerella orecchini fatti di pennette rigate e medagliette votive con la Vergine Maria.
Travolti da una generosità e sensibilità senza pari nel mondo della couture, Dolce e Gabbana, accompagnati da Monica Bellucci e Bianca Balti travestite da dame di San Vincenzo, si sono intrufolati nottetempo nell’ospizio di Enna e, con la scusa di portare sollievo alle pazienti, le hanno trasformate in geriatriche soubrettes trascinandole davanti all’obiettivo del fotografo  creando così la più bella campagna pubblicitaria della primavera estate.
Riuscitissimo scoop che non solo ha risollevato le sorti della De Cecco e dei negozi di frutta e verdura rionali, ma ha anche suscitato  le ire del pastificio di Gragnano a cui Katerina Kurkova ha detto no.
L’unica nota dolente di questo blitz è stato che alla fine i due stilisti si sono dimenticati di ridare alle pensionate gli scialli di pizzo e i golfini tricot e uncinetto, lasciando le poverine vestite con top alle melanzane e hot pants alle zucchine.
Cosa che agli occhi di suor Invasata, temuta secondina dell’ospizio è sembrato un atto di insubordinazione senza pari  che ha fatto meritare alle tardive modelle una permanenza di 10 giorni nel braccio di detenzione della sinistra struttura medica.
Ma neanche Bianca Balti e Monica Bellucci sono state felici di tornare a Milano con i golfini delle vecchiette.
Quella degli abiti- lista della spesa è una collezione che ha creato non pochi problemi a Dolce e Gabbana che sono stati rimproverati con astio dall'associazione medica italiana che ha notato la mancanza totale di proteine nei vestiti e negli accessori.
Sembra che si sia rimediato all’inconveniente con una cospicua donazione al pollificio “Galletto Valle Spluga” e la promessa che la prossima collezione sarà dedicata alle carni bianche e ai pesci nobili.

Winter Party!

Lunedì 12 Marzo 2012 10:17 Published in Fashion
Erano le 3 di pomeriggio di un lunedì e la cosa più normale che avevo sotto gli occhi era un ciuffo di peli di gatto. Senza il gatto attaccato. Una distesa di detriti che non vedi neanche al mercato rionale di Bombay e un’aria irrespirabile tipo Chernobyl. Con tutte le finestre chiuse.
I miei 5 ospiti (2 drag queens, 1 transessuale, un leather man e un circuit party boy) erano partiti, lasciando questa devastazione desolante e portandosi dietro, grazie a Dio, i materassi ad acqua da escursione sul Gennargentu dal mio salotto.
E non era ancora andato a vedere in che stato fosse il  bagno. Per un motivo molto semplice: non volevo guardarmi allo specchio, terrorizzato com'ero che tutti i fillers messi con premura dal mio splendido chirurgo plastico fossero rimasti nell’angolo recondito di qualche club.
Mi ero appena svegliato dopo l’ultima festa in programma del Winter Party, l’after hour del lunedì mattina che tradizionalmente chiude le festività.
Il Winter Party si proponeva quest'anno più fulgido che mai, con un parterre di deejay splendido. In più il Gay Village di Roma avrebbe fatto il suo debutto negli Stati Uniti.
Ma era ancora giovedì, le aspettative erano altissime, l’eccitazione palpabile, avevo ancora il botulino a posto e le mie mises scalpitavano per uscire dall’armadio. E con la prima festa allo “Score” e Phil Romano, kaiser della consolle della prima serata, le danze avevano inizio.
Messi un paio di semplici pantaloni al polpaccio alla Cha Cha di Gregorio in "Grease" e una ancora più semplice casacca di Emilio Pucci mi avvio alla mia festa preferita, dal momento che non tutte le migliaia di ospiti da tutto il mondo sono  arrivate e siamo praticamente solo noi di South Beach in stato di euforia ancora legale.
Mentre Phil porta il suo sound migliore sulla pista dello Score, decido di battere ritirata relativamente presto. Il weekend è ancora molto, ma molto lungo.
Venerdì: tutti allo Space con Billy Lace, Hector Fonseca e Javier Medina, tre talenti uniti per offrirci il leggendario gruppo “Matinee” nella sua versione americana nel club più discusso e famoso di Miami. Infatti, uno dei detti locali è: “Ciò che succede allo Space, rimane allo Space".
Quindi dopo una fila per il MIO bagno con i miei ospiti che ricordava quella per il pane a Sarajevo nel 1974, siamo tutti pronti a partire. La folla allo Space è oceanica. Mi faccio strada tra uomini bellissimi,  i ballerini più provocanti degli Stati Uniti in succintissimi e bizzarri costumi, guadagnando l'ingresso alla consolle dove Hector, finalmente, mi lascia suonare la sirena: un sogno che accarezzavo da anni.
Chiaramente decido di renderlo un momento irripetibile per tutti i presenti con un boato wagneriano da cavalcata delle walchirie che  riporta anche i più chimicamente alterati alla realtà . Per 10 secondi. Non male. I paramedici non ci sarebbero riusciti.
In tutto questo mi sembra doveroso ricordare che, mentre gli altri stavano in vacanza, io dovevo più o meno lavorare, sfamando al ristorante di famiglia amici e djs, anche se avrei preferito farlo in condizioni migliori.
Infatti, dicendo il peccatore ma non il peccato, avevo cominciato a fare festa anche io.
Sabato “pool party” con un dj brasiliano dal nome con troppe consonanti per essere ricordato e che forse era abituato alle piscine con i maremoti incorporati a giudicare dall’assordante livello della musica.
Mando un text message a Brett Henrichsen, il proprietario di “Masterbeat” nonchè main set dj della festa, chiedendogli di sbrigarsi ad arrivare e cominciare a suonare prima che mi veda costretto, accidentalmente, a versare un gallone di acido muriatico sulle mani di quello scellerato di un brasiliano per mettere fine a quel frastuono che lui, abituato al Sambodromo di Rio, chiama musica.
In un’afa da deserto nubiano, amplificata e resa francamente intollerabile da 3000 corpi che sudano sul mio meraviglioso gilet di lino crudo di Moschino che diceva “Sorry I am italian”, Brett arriva e  mette fine alla mia miseria terrena. Musicalmente parlando.
Ma il vero atto di forza della giornata deve ancora arrivare dal momento che in serata, freschi di nomination ai Grammys per il remix di Rihanna, il duo “Rosabel” composto dai dj Abel Aguilera e  Ralphi Rosario, si sarebbe impadronito della gigantesca struttura del Kar Y, lasciata quasi al buio per effetto quartiere a luci rosse .
Meno male per il giardino esterno dove mi trattengo con il dj più atteso del festival, Giangi Cappai, giunto con la sua splendida consorte Mara per suonare al debutto americano del Gay Village.
Domenica mattina, dopo giorni di temperatura torrida, arriva la festa in spiaggia con un freddo e un vento da banchisa polare, almeno per noi che viviamo a Miami.
Perfetto per la mise che avevo scelto, un semplicissimo giubbotto di velluto rosso da torero di Jeremy Scott. Senza pantaloni.
Beh, qualcuno doveva bilanciare tutti quei torsi nudi che tanto non avrebbero sentito la brina nell'aria illegalmente allegri come erano.
Dal momento che il mio  carnet du bal era poco pieno, avevo pensato bene di andare a vedere lo spettacolo di Cirque du  Soleil dedicato a Michel Jackson, insieme ad Alan T, il mio migliore amico nonché vocalist più famoso d'America e czar della porta dello Space, e Danny Tenaglia.
Infilandomi i pantaloni di corsa, arrivo in moto al Miami Airlines Arena per assistere  allo show. Mi è dispiaciuto lasciare il beach  party mentre risuonavano le note di “Titanium” di David Guetta, ma non avevo  ancora completato il corso per posta di Padre Pio per l'ubiquità.
Finito lo spettacolo, via a casa a cambiarmi per la festa del Gay Village al Cameo. E una puntata necessaria alla festa concorrente con Marco Da Silva e Isaac Escalante al Mansion, fresco di restauro.
Devo dire che i ragazzi del Village vestiti da gladiatori fanno un figurone  tra le migliaia di ospiti, mentre Alyson Calagna  apriva gloriosamente per Giangi Cappai che avrebbe fatto la  parte del leone.
In tutto questo io facevo la spola tra le due feste in scarpe da ginnastica da cowboy di Jeremy Scott e micro jeans modello Bertè ai tempi della “luna bussò".
Alle 5, esausto e con un paio di multe per divieto di sosta, vado a casa, deciso a riposarmi un po’ dopo aver messo nell’Ipod una di quelle musiche da meditazione che sembrano fatte per una terapia di insetti giganti. Ma il cellulare squilla con un tuono minaccioso: era Paulo Gois, il dj dell’after hour che mi domandava brutalmente senza mezzi termini dove fossi e perchè non ero ancora alla sua festa.
Doccia fredda, cambio di mise e via.
Tutti i mostri del Tartaro, dopo 4 giorni di festa erano lì senza farsi neanche una maschera facciale per salvare le apparenze (cosa che io faccio sempre in condizioni di feste estreme).
Alla 9 di mattina di lunedì cedo su tutti i fronti e mi arrendo. Vedendo tutti quegli impiegati di downtown Miami che in giacca e cravatta andavano a lavorare, mi chiedo se la vita che faccio sia moralmente e socialmente accettabile. Rispondo si!
Giunto a casa ed evitando la vasca da bagno dopo la storia di Whitney Houston, prendo un Ambien  e vado a letto mentre i miei ospiti tornano  alla spicciolata  chissà a che ora dall’after hour per fare le valigie e correre all’aeroporto più intossicati che mai, lasciandomi l’appartamento, come già accennato, con un look “Diga del Vajont”.
Quando finalmente mi sveglio, mi accorgo che del mio amato gattino erano rimasti solo i peli.
Terrorizzato che i miei ospiti se lo fossero sniffato a mia insaputa, comincio a chiamarlo.
Finalmente riemerge, miagolando di paura, dalla mia sacca di Chanel e lo ricopro di baci
Lo dico sempre io che il momento più bello di una festa è quando si  ritorna a casa!

I figli delle stelle degli anni 80

Lunedì 13 Febbraio 2012 12:57 Published in Fashion
L'aquila delle Filippine, l'animale più raro e prestigioso mai ospitato in quello che allora si chiamava lo zoo di Roma, morì due anni dopo la mia nascita e 41 anni di cattività. Io, chiaramente, non ricordo di averla vista. Mio padre mi indicava sempre, durante le nostre numerosissime visite, la sua gabbia, che e' rimasta vuota da allora, forse un inconscio monumento ad una libertà perduta. A ripensarci, immaginando come potesse essere stato il maestoso rapace che l'abitava, si unisce un altro ricordo che ha  a che fare con un decesso: il rumore degli spari che, tuonando nelle mie orecchie, uccisero Mikis Mantakas a Piazza del Risorgimento, dove la mia meravigliosa tata, Rosetta, di cui ero innamorato, mi portava a giocare. E sento ancora, vivida, la forza delle  sue braccia nel  trascinarmi in salvo da quell'orrore correndo dentro ad un portone, in fuga da quegli anni che misero sotto un assedio senza pietà la democrazia dell'Italia, precipitata con le sue sanguinosissime lotte politiche in una spirale di violenza inaudita. Un'atmosfera da guerra civile che ci inghiottiva in un baratro senza fondo, lo stesso baratro di degrado dove era caduto lo zoo di Roma senza più la sua aquila. Da allora l'ho cercata spesso  ma non l'ho mai trovata in nessuno zoo. Allo stesso modo   ho cercato, e cerco ancora, le carezze nei capelli e gli aromi della buccia degli aranci  che Rosetta bruciava sulla stufa nelle notti  d'inverno. Anni tristi gli anni 70, un clima di austerità, di stregonerie e sortilegi  politici,  il  tema sul rapimento di Aldo Moro in terza elementare, le stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia, e di nuovo  le passeggiate tra i tristi e decadenti viali dello zoo che, come già accennato, in quello stesso periodo viveva il suo momento di crisi più acuto, allineandosi al dolore e all'incertezza di un paese destabilizzato e  depredato degli ideali, giusti o sbagliati che fossero, su cui si era sempre fondato. Mentre Alan Sorrenti profetizzava il nostro arrivo con "Figli delle stelle", una canzone che strideva acutamente con gli slogan di protesta dei cortei, noi crescevamo. Dopo gli ultimi, atroci sussulti  da Ustica  e  Bologna , come se nulla fosse successo, la guerriglia terminava, gli anni non erano più  "di piombo", le primavere terminarono di essere chiamate  "di sangue" o "nere" dalla stampa ed io non avevo più bisogno della tata. Erano arrivati gli anni 80.
Se ne e'  tanto parlato e se ne continua a parlare. Al loro crollo, e con questo tutti i frivoli ideali che li rappresentavano,  sono stati vituperati, rinnegati, odiati. I sociologi li hanno bollati e scartati come una memoria da triturare e dare in pasto al pollame politico che li macellava come  il capro espiatorio di un'orgia di eccessi che ci aveva  lasciati tutti con una sgradevolissima sbornia. Ma per me, per la mia generazione di adolescenti privilegiati, ricchi e invincibili, no. Gli anni 80 sono stati per noi come quelle strutture create apposta per le Olimpiadi e poi abbandonate. O il porto di Trieste, che ha vissuto una fulgida  stagione duranti gli anni del fasto austro ungarico e, con lo sfaldarsi  del suo impero, ha perso la sua ragione di esistere. E noi, traditi da quell'ideologia di eroica avidità consumistica con la quale eravamo cresciuti, perdevamo la nostra, insieme alle scommesse fatte e non vinte con vita, credendo che quella spensieratezza, quella invincibilità, quella bellezza indecente dell'adolescenza durassero per sempre. Che quella ricchezza avrebbe sostenuto per sempre i nostri suntuosi capricci. Erano anni incoscienti, inebrianti e ancora più inebriante è stato essere giovane in quel periodo, quando la staticità dei sentimenti della maturità, prossima a  venire, era  posta sotto inquisizione dal turbinio ormonale  dei  nostri corpi inquieti e frementi. Quel benessere generale, seppur effimero, quell'ottimismo artificiale e vuoto, quell'età dell'innocenza che avremmo  perduto di lì a poco sotto il maglio di Mani pulite e di una inarrestabile presa di coscienza economica, pagata con le monetine lanciate  a Bettino Craxi, contribuì non poco ad alimentare quel senso di ferocia di vivere che ci avrebbe lasciato le mandibole doloranti a forza di strappare ai nostri giorni, che volavano via, come una spider rossa senza freni, ogni gioia. Come avremo potuto mai avvistare, all'orizzonte ancora fiammeggiante del sole della gioventù, gli anni di grama felicità, di inettitudine sentimentale e perduta ricchezza che li avrebbero seguiti? Erano gli anni dei fiocchi di Naj Oleari sulle Superga, dei piumini Moncler e Ciesse, delle Tods con i chiodini che si consumavano subito e delle Timberland col "carro armato" che ci venivano rubate dai ragazzi meno fortunati delle periferie, inferni creati dagli sciacalli della speculazione edilizia. L'epoca dei grandi balli delle debuttanti, degli eccessi stilistici di Gaultier e Mugler, e delle spallone giganti sul punto vita strizzato di Valentino e le sue sfilate a Piazza di Spagna, del "Cacao meravigliao", di "People from Ibiza" e della musica usa e getta. L'alta moda a Roma celebrava i suoi ultimi fasti con Donna sotto le stelle, i memorabili mondiali dell'82 ci regalavano un sogno che non avremmo mai dimenticato, la Berté andava a Sanremo con una gravidanza isterica e Madonna cantava "Material girl". I nostri templi erano l'"Area" di Cortina, il "Nephenta" della "Milano da bere", l'"Hysteria" prima e il "Gilda" poi a Roma e "Il tartarughino" di Porto Rotondo. E fiumi di denaro, balle di banconote che venivano spese con l'argano in questa meravigliosa celebrazione di fasti pagani. Accadevano certamente cose importanti nel mondo ma non ci interessavano, distratti come eravamo dalla celebrazione della nostra presunta  immortalità, fomentata fino ai  primi anni 90 dalle supermodels e dalla consacrazione di quel lusso privilegiato. E  crescevamo, martiri fieri che si immolavano superbamente tra le fiamme di quel fuoco fulgido.
Sono passate tante stagioni, bruciate via dal calore dei giorni che, sgommando, hanno lasciato sull'asfalto le tracce della nostra gioventù e che schizzavano via come pallottole vaganti. E mentre cerco di ingannare la mezza età che avanza, capisco l'immensa libertà e le infinite benedizioni che questa vita mi ha dato. Sono un figlio degli anni 80. Sono stato ricco, sono stato privilegiato e invincibile. Adesso devo solo diventare saggio, di quella  saggezza che non ha necessariamente a che fare con la vecchiaia.  E  forse sono sulla buona strada, da quando ho smesso di cercare l 'aquila delle Filippine, visto che l'ultima vista fuori dalla sua patria di origine e' morta in uno zoo europeo nel 1988....

C’ho du’ Pon Pon...

Lunedì 06 Febbraio 2012 12:22 Published in Fashion
Se Madonna avesse pensato che chi semina vento raccoglie tempesta, si sarebbe ben guardata dal girare l’ultimo video. Infatti, nel 1974 usci un filmaccio porno soft, “Le ragazze pon pon”, che aveva come poster lo scheletro di un uomo con una parrucca dentro ad un letto e la didascalia recitava "ridotto in questo stato dopo aver passato la notte con le ragazze pon pon".
E infatti ce ne fa vedere pure troppi durante l’odissea musicale di “Gimme all your luvin”, contornata com’è, da cheerleaders.
Da parte mia, le aborro. Solitamente sono una banda di disgraziate dai limiti di età abbondantemente superati per indossare una gonna a pieghe che fa vedere le mutande, possibilmente bionde ossigenate, e a forza di sbattersi e allenarsi a fare coreografie idiote, vengono bocciate a scuola tutti gli anni. Ma il lato più deprimente delle ragazze pon pon è che sperano, facendo intravedere quello che vorrebbero fosse il vero trofeo a fine partita ad una banda di  nerboruti giocatori a cui di solito non frega niente se finiscono tutte infilzate sulla rete di protezione  nel tentativo di fare la piramide umana, che qualcuno se le sposi e le porti via dalle tristissime province americane nelle quali sono cresciute.
Quindi già da questa mia affermazione capite il mio acuto risentimento quando ho visto l’ultimo video dell’ormai attempata regina del pop.
La prima associazione di idee che ho fatto vedendo insieme Madonna, Nicki Minaj e M.I.A. è stata “King, Soldatino e D’Artagnan”, il tris di cavalli che Enrico Montesano gioca nel film “Febbre da cavallo”.
Il video ha una sequenza impressionante di vittime illustri. La prima è il logo dell’Adidas, che è finito grottescamente ingigantito sulle tette misura cofano della Smart di Nicki Minaj, dimostrando ancora una volta la sua tendenza all’autolesionismo comparendo nuovamente al lato di gente magra. La seconda vittima è il solito crocefisso. Indossato da Madonna su un golfino d’angora diventato di tre misure più piccolo dopo che la colf del Malawi lo ha messo in lavatrice con il lavaggio sbagliato e reggiseno leopardato alla Liana Orfei, lo ha scelto extra large giusto per essere sicura che anche un cattolico cieco lo possa vedere sballonzare. La terza vittima è la povera M.I.A, giunta con un carro merci dalla Lituania al porto di Civitavecchia e da lì imbarcata su una chiatta destinazione “USA”.
Arrivata completamente denutrita dalla sua patria natia, nel video si vede poco perchè passa il tempo a rifocillarsi con il buffet che la produzione aveva allestito vicino alla sala trucco.
Altro caduto in azione è il parrucchiere di Madonna che, dopo essere stato torturato con bigodini bollenti nel vano tentativo di renderla giovanile, ha ritirato fuori i leggendari boccoli usati durante il “Blond Ambition Tour” di venti anni fa, con l’unica differenza che l'ha fatta sembrare zia Pina che si è fatta la tinta a casa.
La presenza di Nicki Minaj è stata determinante visto che qualsiasi cosa indossa sembra sempre Pippo l’ippopotamo dei pannolini Lines, quelli con l’elastico alto per contenere il bagnato e che  Madonna usa, in nero, insieme ad un paio di scarpe di Sergio Rossi e un top in pelle e pizzo per tutta la prima parte del video.
A 54 anni un po’ di incontinenza capita. L’idea che all’età sua possa ancora cercare di vendersi come ninfetta pruriginosa con uno stuolo di adoranti giocatori di football ai suoi piedi è francamente assurda a meno che non li abbia reclutati nel braccio dei detenuti con tendenze gerontofile del carcere di New York.
La sequenza in bianco del nostro terzetto vede Madonna con i già citati boccoli e un micro abito fatto con le tende di pizzo del salotto di Brigitta, la spasimante di Paperon de Paperoni, che sua figlia Lourdes ha rubato durante la sua ultima visita a Disneyworld e che lascia intravedere di nuovo il pannolone Lines, questa volta nella più classica versione bianca; Niki Minaj, più chiatta che mai, cerca di nascondere le cosce mantecate a forza di pollo fritto e hamburgers con un velo di chiffon quando un bel tappeto o meglio ancora un’ingessatura avrebbero raggiunto immediatamente lo scopo. E M.I.A che finalmente rinfrancata dai tramezzini, con vece flebile canta due note e alza il dito medio mandandoci a quel paese, un chiaro invito a riportarla tra la carestia della sua terra natia. Le uniche vere vincitrici di tutto questo pasticcio sono le mercerie di Brooklyn che si sono liberate di tutte le giacenze, ferme dal 1978, di calza di filanca fumee di cui si fa un uso smodato durante tutto il video.
Detto questo, mi inchino e con me tutta l’America per un uno show del Superbowl che, seppur con ovvie cadute  di kitsch, entra a pieno titolo tra i  grandi spettacoli  fatti durante il più grande evento sportivo degli USA.
Onore quindi a Madonna che ha dimostrato di essere ancora la regina del pop, relegando almeno per un po’ in un cantuccio Lady Gaga, definita dalla cantante “reductive".

La fenice di Parigi

Lunedì 30 Gennaio 2012 13:57 Published in Fashion
Si dice “Parigi è sempre Parigi”. Ma quest’anno, all’ombra della torre Eiffel, complice lo sguardo distratto di Monna Lisa (guarda caso anche lei italiana) il nostro assolo è stato più vigoroso che mai. Ed è stato così forte da essere stato udito anche negli antri più reconditi degli atelier francesi, notoriamente silenti come chiostri di clausura.
Durante le giornate dell’alta moda in cui le collezioni sono state celebrazioni dell’arte stessa di fare couture, abbiamo dimostrato al mondo cosa siamo capaci di fare in condizioni ottimali. E Parigi di occasioni ottimali ne offre in quantità.
L’haute couture risorge, incurante della recessione economica, dei problemi dei comuni mortali, gelosa custode di mestieri e tradizioni che fanno parte di un patrimonio dell’umanità da salvaguardare.
La parte del leone della prima giornata l’ha fatta Donatella Versace che non solo ha inaugurato il calendario, ma si unisce ad Armani, Riccardo Tesci, Valentino, Gianbattista Valli nel rappresentare il bel paese nel paese più sciovinista del mondo.
Il ritorno dopo 8 anni di assenza sulle passerelle con la sua linea Atelier , è stato possibile tramite i vertiginosi guadagni accumulati con  la  collaborazione di H& M, e ha ricordato a tutti che questa maison CREA abiti di alta moda.
Da una scalinata di acciaio dorato scintillante le modelle sono scese, inarrivabili, con suntuosi abiti da sera di una maestria sartoriale e di un glamour vertiginoso, capolavori dotati di lamine che seguivano le curve del corpo dando un effetto tridimensionale inedito che ricordava le scale immaginarie e senza sbocco del Piranesi e che duellavano con lussureggianti ricami in cristalli Swaroski.
Seconda stagione per Gianbattista Valli: “Il ricco che non spende è ancora più volgare di quello che spende”. E, forte di questa sua stentorea affermazione, conferma il suo aplomb stilisticamente inattaccabile con abiti di paillettes, pizzo macrame portabilissimi e di un lusso discreto, mentre l’orfana più famosa del mondo, la maison Dior con ancora Bill Gaytten alla guida, rielabora i propri classici come se fossero esaminati ai raggi x in positivo e negativo.
Quindi via alle Bar suit, alle giacche strizzate in vita da alte cinture che si aprono su gonne a corolla, citazione obbligatoria del “New look”, agli immensi e tuttavia leggerissimi abiti da ballo in organza. Una collezione questa volta senza sbavature stilistiche. Ma i “vedovi Galliano” che manifestavano fuori reclamandone il ritorno a gran voce, sono rimasti ancora una volta insoddisfatti per la mancanza di quella scintilla geniale tipica del  passato.
Colli montati e scostati, vita bassa, volumi importanti per la maniche e scollature scese sulle spalle, la collezione di Chanel, incentrata su 154  tonalità dell’azzurro, è quasi un omaggio ai giorni gloriosi della Pan Am, un trend che si era già visto lo scorso anno.
Lo zar della moda, a 70 anni, riesce ancora a stupire per la freschezza e la vitalità delle sue intuizioni e riconferma, ancora una volta, l’importanza primordiale di Mademoiselle per lo sportswear.
La metamorfosi di Kafka sembra essere l’ispirazione per la sfilata di Armani Prive, che tra giacche con baschine affilate come lame di rasoio dai tagli impeccabili, scaglie di coccodrillo e paillettes a rappresentare ali di farfalla che si liberano dal bozzolo, dispiega una liberta creativà che  il pret-a-porter per ovvie ragioni non può raggiungere. Una collezione senza un vero filo conduttore se non quello della creazione pura scevra da interessi economici.
Meno celebrali del solito e più portabili, gli abiti di Martin Margiela Artisanal spaziano tra un omaggio dalle decorazioni hockney inglesi con migliaia di bottoni in madreperla ai soprabiti trasparenti in corda che diventa tessuto con la paziente lavorazione.
Elie Saab prende abiti dalle linee pulitissime dal sapore anni 50 e li rende scintillanti di ricami in bianco e le più tenui tonalità pastello.
Stephane Rolland riscopre la cinetica di Michele Deverne, artista quasi dimenticato. E con questa fonte di ispirazione che ha il sapore dell’archeologia moderna, riesuma anche Jasmine Le Bon che chiude la sfilata con un abito rosso da 50 chili decorato in piastre d’acciaio laccate che non poteva essere indossato dalle filiformi indossatrici. E filiforme Jasmine Le Bon non lo è da un pezzo.  L’arte di esplorare il tessuto in tutte le sue possibilità è l’anima stessa della sfilata che ha come  risultato una collezione estremamente geometrica che ha fatto scintillare decorazioni in  acciaio dorato, tipo cinti di Ippolita su abiti di organza fluenti da vestale futurista.
Eterea e impalpabile come la brina primaverile, la sfilata di Valentino rende omaggio non solo alla famosa collezione bianca degli anni ’60, ma la rivede e corregge con l’aiuto de “les petite mains” dell’atelier, vere star indiscusse di queste creazioni, artefici silenziose di capolavori in tessuto impreziosito di mille e mille lavorazioni rese possibile dal loro talento e dalla loro  bravura.
Grande, grande Jean Paul Gaultier che omaggia Amy Winehouse, con tutte le declinazioni stilistiche di questo tormentato personaggio che ci ha lasciati troppo presto.
Quindi corpetti con micro shorts, soprabiti, ballerine e beehave nei capelli per arrivare al finale con le modelle coperte di veli neri.
Di nuovo Riccardo Tesci per Givenchy sceglie una presentazione statica per presentare i suoi capolavori. Modelle immobili con mega anello a naso, tra cui anche la ormai quasi cinquantenne Kristen McMenamy, permettono l’analisi dettagliata della minuzia dell’artigianato del suo atelier che si unisce festoso alla celebrazione dei suoi sette anni come direttore artistico in una personalissima rielaborazione del post-costruttivismo russo e dei suoi capolavori cinematografici.
E mentre i riflettori si spengono su questo spettacolo di lusso abbagliante, viene da rallegrarsi che nel 2012, nonostante la miseria spirituale che ci circonda, l’uomo sia ancora capace di produrre bellezza!

Il capodanno degli italiani a Miami Beach

Lunedì 23 Gennaio 2012 13:48 Published in Fashion
“Signora, posso prenotare un tavolo per la notte di capodanno alle 21:30 per diciassette persone?”. Mia madre, proprietaria del ristorante “La lupa” in Lincoln Rd, nel cuore di Miami Beach, fissò attonita il distinto signore milanese che aveva appena parlato.
Era il 17 agosto, e fuori c’erano 39 gradi!
Il governo Monti, le recessioni economiche, tasse altissime ed incremento del costo della vita: gli italiani, quando si tratta di vacanze, non ce la fanno proprio a rinunciare perchè forse più di ogni altro popolo hanno fatto loro il famoso aforisma di Oscar Wilde “Posso rinunciare a tutto tranne che al superfluo”.
Salto temporale in avanti: 27 dicembre. Dopo le memorabili abbuffate di Natale, mi chiedo quanta gente sia rimasta in Italia visto che  sono tutti qui inviando messaggi, telefonando e scambiando   numeri nuovi e, soprattutto, cercando di capire dove andare per poter dire “Io c’ero”.
La frenetica corsa, le centinaia di mms e, tanto per non perdere l’abitudine, le chiamate all’amico di un amico di un’amica che gli ha consigliato il ristorante “Fuego de Chao” oppure “Zuma”, diventano affannose.
Una volta individuato il dove, partono in quarta con le  le italianissime “bustarelle” alle hostess dei ristoranti che prendono le prenotazioni per assicurarsi il tavolo, che a sentir loro li metterà in pole position.
Ignorando il fatto che gli americani hanno affinato la tattica delle prenotazioni riservando in 10 ristoranti diversi, non disdicendone nessuno e presentandosi ad uno.
E così, tra uno struscio (altra abitudine italica) e una salto veloce a Bal Harbour, il mall extra lusso,  per andare a vedere se magari riesce a prendere la Kelly da Hermes, un aperitivo al Segafredo e una giornata intera spesa a Sawgrass Mill, l’outlet più grande della Florida da dove ritorna stracarico di buste, l’italiano si prepara per la notte del duello mondano: il Capodanno.
Le liste del “Liv”, “Space”, “Mansion”, “Arcadia” sono piene di nomi insospettabili, gente che ha dichiarato 500 euro di reddito al fisco, ma che ha accettato senza battere ciglio i 10000 dollari di caparra per prenotare il tavolo.
Una delle cose più divertente degli italiani a Miami è che appena arrivano subiscono due metamorfosi ben distinte. O si irrigidiscono nella loro italianità atteggiandosi tutti a Miuccia Prada e Giorgio Armani (giacche con bermuda, pashmina e Hogans per lui, piumini Moncler senza maniche e ballerine di Giuseppe Zanotti per lei) o si fiondano con rudimentale cupidigia su ogni nuovo trend che non avrebbero mai il coraggio di indossare  nella propria città (treccine, parrucche fucsia comprate da Rickys NY, costumi da bagno a stelle e strisce, stivali con micro bermuda jeans).
Le donne non riescono assolutamente ad evitare il confronto con le conturbanti bellezze latine, baciate dal sole perenne, che camminano esibendo sfacciatamente e naturalmente  abbondanti parti del corpo con  i famosi “culi alla J.Lo” fasciati in un’idea virtuale di gonna.
E da lì, litigate felliniane con i fidanzati accusati (giustamente) di avere la bava alla bocca alla vista di quei sederi cubani e/o o le tette di quell’americana. Gelosia import-export!
Il 31 si avvicina e l’ansia cresce. Le italiane chiamano altre italiane a Cortina, dove si festeggia non solo un altra fiera di vanità ma anche  il nuovo anno  6 ore prima, scambiando opinioni  e pettegolezzi , parlando già del prossimo ponte o delle vacanze di Pasqua .
Il tutto condito dal ritornello in pure esistenzialismo sartriano con telefonate di questo tipo: “Non sai che noia sempre le stesse facce…Sì stiamo al Cristallo per l’aperitivo, ma abbiamo una cena dopo a casa di questo…non so chi sia ma pare che ci siano tutti”, “Non ti ho raccontato che eri sera ho visto Linsdey Lohan. Non sai come sta combinata, poveraccia si è pippata anche l’anima”. “Poi è arrivato Jay Z che non mi ha staccato gli occhi di dosso. Aho! a me sti rapper neri m’attizzano. Se  non  c’era Mario già stavo a cena da “Scarpetta” al Fointanblu con Snoop Dog che invece se l’è rimorchiato la mia amica. Si quella invitata in barca da Lanny Kravitz”. Ad interrompere il coloritissimo rosario di pallonate giunge stentorea la voce di Mario: “Amò e attacca quer telefono, le intercontinentali costano”.
L’altro aspetto ilare delle italiane in trasferta a Miami è che appena arrivano, sentendosi sotto assedio dalle donne locali, si mettono immediatamente a dieta: “No grazie, io solo un insalata scondita possibilmente organica”.
Sperano che il tristissimo pasto non solo le aiuti a perdere peso ma che, unito alle mutande sexy di Victoria's secret di cui hanno fatto man bassa, le trasformi in 48 ore in Adriana Lima.
Ci sarebbe da rispondere: “Ma se ti sei rimpinzata di pandoro intinto nel latte con tanto di goccia scolata nel pigiama fino a ieri??? Che dieta vuoi fare??? Abbraccia la tua italica cellulite e stai serena no? Tanto il fidanzato tuo mica scappa con una cubana, visto che il passaporto ce l’hai tu e la casa è intestata a te, quindi rilassati!”
31 dicembre: dopo essersi rovinati le vacanze cercando il tavolo giusto al ristorante giusto, perchè si sa, l’italiano prima mangia, “fa capodanno” e poi ci pensa, comincia una mobilitazione di truppe che manco sulla linea Maginot.
I più presuntuosi, dopo il cenone a 700 dollari a persona da “Casa tua”, hanno il mega tavolo al “Liv” possibilmente vicino a quello di Kayne West. Tavolo che, come già accennato, è costato svariate centinaia di dollari in mazzette al direttore (la micro corruzione è un import di cui andare fieri) e che occuperanno con pomposa prosopopea dopo aver fatto migliaia di telefonate per cercare di accaparrasi la cocaina con tono tipo “Senti un po’, maaa....tu non conosci nessuno per comprare un paio di grammi di roba buona?”
I più coraggiosi si preparano per l’arena degli indomabili, lo “Space” dove, sempre previa prenotazione, hanno il tavolo nella superselezionatissima Vip comandata da Tiffany, l’onnipotente  manager, e dove piombano in gruppo.
Poi, chiaramente, al momento del conto c’è chi fa sempre il vago e infatti  mancano  i soldi. Questo rituale di capire chi ha marcato visita economicamente parlando, li terrà impegnati fino alle prime ore del pomeriggio fino a quando le fidanzate intoneranno il peana “Amore mi fanno male i piedi, torniamo in albergo!”.
E giù altre litigate perchè gli uomini vogliono restare e fare cordata con l’amico che si è accaparrato il telefono della venezuelana che miagola due tavoli più in là e che pare abbia una casa  pazzesca al “Murano” dove proseguirà la festa.
Ma finalmente ritornano negli alberghi che, tanto per non farsi mancare niente, si chiamano “Delano”, “Shelborne” o “Setai”.
Dopo una serata a giocare ai miliardari che comporterà, se non un prestito in banca, per lo meno il tirare la cinghia fino a Pasqua, gli italiani, con l’ultimo barlume di energia rimasta, chiamano casa per dire a mamma, che furbescamente sta giocando a sette e mezzo con  zia Pina e le sue amiche, per dire: “A mà ...Certo Miami è sempre Miami!”
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