Flavio Nisti
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Adesso che si avvicina l'estate con tutto il suo corollario di weekends, ponti e ferie, mi sembra opportuno parlare di un argomento di profondo spessore umano che ci accomuna tutti e che, se analizzato a fondo, può portare addirittura a drammatici risvolti d' incompatibilità all'interno di una coppia: la valigia.
Eccitante farla per molti, uno stress inaudito per altri, aggravata ultimamente dalle multe che le viscidissime linee aeree appioppano senza pietà appena sfiora di un grammo in più il peso consentito. Non rappresenta più il glamour dei tempi andati, quando la Marchesa Casati viaggiava con 30 kg di velluto nero e pelle di leopardo o stemmi nobiliari e iniziali del proprietario che decoravano gli immancabili bauli di Vuitton. Il fare la valigia è un' arte di raffinitissima tecnica e grandissima strategia alla Risiko che non tutti possiedono, non solo per il lavoro concettuale che c 'è dietro, ma anche per la logistica di vaticinare e coordinare mises con scarpe e accessori che si indosseranno in un clima meterologico mondiale sempre più imprevedibile. Il che vuol dire che mentre voi vi preparate per un weekend a Parigi in Primavera vi potrebbe capitare di trovare la neve. Da qui la veglia sul computer, velati da una sostanziale sfiducia nella scienza della metereologia che ha già fregato un po' tutti in passato per capire che tempo potresse mai fare una volta giunti a destinazione. Il bagaglio per l 'estate, in apparenza, potrebbe sembrare più semplice: molti abitini da squinzia cubista, bikini, parei ma con il grosso e spinosissimo problema degli accessori e delle scarpe che, come si sa, non solo rappresentano il primo, unico e primordiale amore delle donne di tutto il mondo, ma sono quelle che alla fine rendono il look vincente. Mentre quella per un clima invernale vi frega già in partenza sul viaggiare leggeri, visto lo spessore dei tessuti, maglioni e gonnelline in lana cotta tirolese che fanno subito Marta Marzotto, per non parlare di canottiere e mutandoni della nonna. Non ultimo, il tormento del soprabito da portare che vi risolva la mise della sera e della mattina. Non mi avventuro nel parlare delle valigie per la settimana bianca, sennò mi viene un attacco di ansia che richiederebbe l'uso immediato di una boccetta da mezzo litro di Lexotan. E neanche del terrore all'aereoporto che ve la freghino, o peggio, che sparisca per poi ricomparire imbottita di qualche cosa d' illegale che vi farebbe guadagnare un soggiorno a vita, nonché un rapporto epistolare strettissimo con la vostra ambasciata locale per lunghissimo tempo. Anche se ho visto madri lasciare un bagaglio-specchio per le allodole con il bambino sopra con la speranza vederseli rubare entrambi. Vivendo in America, con l'assoluta paranoia post attacco 11 settembre 2001, all'aereoporto mi è stato sequestrato di tutto: dalla lacca per i capelli, alle forbicine per le unghie e le pinzette per le sopracciglia. Ma mai la vasellina. Ottima per combattere l'aria secca dell'aereo, ovviamente.
Un altro problema si presenta quando si visitano posti con temperature differenti durante lo stesso viaggio, come succederà a me la prossima settimana andando a Rio de Janeiro, con 30 grandi, e a Buonos Aires dove ci sarà la neve. In questo caso avete due soluzioni: o comprate un giubottaccio con cui non vi fareste vedere in giro neanche morti e che poi lascerete ad un ente locale di beneficenza, oppure chiedete ad un amico di prestarvi qualcosa senza farvi sentire la piccola fiammiferaia.
Io ero uno di quelli che si spostava con bauli e cappelliere tipo il "Circo Orfei" in tour. Mi portavo dietro veramente di tutto. Se c'era un matrimonio, io ero pronto. Se dovevo catapultarmi oltre le linee nemiche al fronte, avevo la tuta mimetica. Se c'era una festa a tema rinascimentale, la cappa di velluto era a portata di mano. Ma un incidente ha cambiato la mia vita. Lo spaventoso episodio capitò - Sorpresa! - con l' Alitalia. Ma in realtà potrebbe succedere con qualsiasi linea aerea. A meno che non viaggiate con Ivnaka Trump nel suo jet privato. Dieci anni fa, venne perso per 12 ore, un mio bagaglio contenente 24 camicie di Emilio Pucci .
Facendomi provare la stessa sensazione di quando ti staccano il tubo dell' ossigeno durante un'escursione clandestina all'isola di Montecristo. Non avrei mai pensato che una personcina di gusto come me potesse proferire parole di quel genere ad un impiegato, pronto con il dito sul bottone d'emergenza per chiamare la neuro-deliri. Dopo un paio di coliche, voti alla Madonna del Divino Amore e tre collassi, la valigia venne ritrovata. Quando la rividi mi sentii come l'ape Maia quando rincontra il padre.
A parte il fatto che le compagnie aeree ti rimborsano con 3 buoni pasto e 20 centesimi per la perdita del contenuto, la cosa più allucinante è pensare che tipo di dirigenti l'abbiano vista, proprio loro che sembra non aprino mai un giornale di moda.
Da quel giorno ho giurato, prendendo a modello Rossella O' Hara a Tara, che non avrei mai più spedito una valigia. E così è stato. Ho studiato un guardaroba fatto di t-shirt di seta che hanno uno spessore minimo e viaggio con il trolley e un borsone. Per riuscire in questo ardimentoso compito, ho dovuto rimuovere un episodio abbastanza curioso della mia adolescenza. Sulle orme di "Indiana Jones e l 'ultima crociata", la zia carnale, grande viaggiatrice in gioventù di mete che definire esotiche sarebbe un eufemismo, decise che mi avrebbe portato in Giordania a vedere Petra che all'epoca era un posto toccato pochissimo dal turismo mondiale al punto che esisteva un solo albergo ed solo una strada asfaltata che la univa alla capitale Amman. Non dimenticherò mai le sue istruzioni: "Porta poco e molto leggero, andiamo sulle tracce dei Nabatei". Feci incetta di bermuda e camicie di lino. Lei no. Si presentò con la cassettina dei bigodini che si riscaldavano al momento, rendendosi chiaramente conto troppo tardi che, in un albergo a dir poco primordiale di un paese musulmano, non sapevano neanche cosa fossero. Fino a quando non la videro scendere alle 6 della mattina, per la traversata sul dorso di acciaccatissimi asinelli, vaporosa come Minnie Minoprio. Aveva trovato una presa elettrica. Ma da quell'episodio ho imparato anche che in viaggio, ci si può arrangiare in qualunque situazione ed emergenza. E se anche non doveste mai lasciare la vostra città natale, ricordate sempre uno degli aforismi della più grande fashion-edit mai esistita, Diane Vreeland: "L'occhio deve viaggiare"..











