Si dice “Parigi è sempre Parigi”. Ma quest’anno, all’ombra della torre Eiffel, complice lo sguardo distratto di Monna Lisa (guarda caso anche lei italiana) il nostro assolo è stato più vigoroso che mai. Ed è stato così forte da essere stato udito anche negli antri più reconditi degli atelier francesi, notoriamente silenti come chiostri di clausura.
Durante le giornate dell’alta moda in cui le collezioni sono state celebrazioni dell’arte stessa di fare couture, abbiamo dimostrato al mondo cosa siamo capaci di fare in condizioni ottimali. E Parigi di occasioni ottimali ne offre in quantità.
L’haute couture risorge, incurante della recessione economica, dei problemi dei comuni mortali, gelosa custode di mestieri e tradizioni che fanno parte di un patrimonio dell’umanità da salvaguardare.
La parte del leone della prima giornata l’ha fatta Donatella Versace che non solo ha inaugurato il calendario, ma si unisce ad Armani, Riccardo Tesci, Valentino, Gianbattista Valli nel rappresentare il bel paese nel paese più sciovinista del mondo.
Il ritorno dopo 8 anni di assenza sulle passerelle con la sua linea Atelier , è stato possibile tramite i vertiginosi guadagni accumulati con la collaborazione di H& M, e ha ricordato a tutti che questa maison CREA abiti di alta moda.
Da una scalinata di acciaio dorato scintillante le modelle sono scese, inarrivabili, con suntuosi abiti da sera di una maestria sartoriale e di un glamour vertiginoso, capolavori dotati di lamine che seguivano le curve del corpo dando un effetto tridimensionale inedito che ricordava le scale immaginarie e senza sbocco del Piranesi e che duellavano con lussureggianti ricami in cristalli Swaroski.
Seconda stagione per Gianbattista Valli: “Il ricco che non spende è ancora più volgare di quello che spende”. E, forte di questa sua stentorea affermazione, conferma il suo aplomb stilisticamente inattaccabile con abiti di paillettes, pizzo macrame portabilissimi e di un lusso discreto, mentre l’orfana più famosa del mondo, la maison Dior con ancora Bill Gaytten alla guida, rielabora i propri classici come se fossero esaminati ai raggi x in positivo e negativo.
Quindi via alle Bar suit, alle giacche strizzate in vita da alte cinture che si aprono su gonne a corolla, citazione obbligatoria del “New look”, agli immensi e tuttavia leggerissimi abiti da ballo in organza. Una collezione questa volta senza sbavature stilistiche. Ma i “vedovi Galliano” che manifestavano fuori reclamandone il ritorno a gran voce, sono rimasti ancora una volta insoddisfatti per la mancanza di quella scintilla geniale tipica del passato.
Colli montati e scostati, vita bassa, volumi importanti per la maniche e scollature scese sulle spalle, la collezione di Chanel, incentrata su 154 tonalità dell’azzurro, è quasi un omaggio ai giorni gloriosi della Pan Am, un trend che si era già visto lo scorso anno.
Lo zar della moda, a 70 anni, riesce ancora a stupire per la freschezza e la vitalità delle sue intuizioni e riconferma, ancora una volta, l’importanza primordiale di Mademoiselle per lo sportswear.
La metamorfosi di Kafka sembra essere l’ispirazione per la sfilata di Armani Prive, che tra giacche con baschine affilate come lame di rasoio dai tagli impeccabili, scaglie di coccodrillo e paillettes a rappresentare ali di farfalla che si liberano dal bozzolo, dispiega una liberta creativà che il pret-a-porter per ovvie ragioni non può raggiungere. Una collezione senza un vero filo conduttore se non quello della creazione pura scevra da interessi economici.
Meno celebrali del solito e più portabili, gli abiti di Martin Margiela Artisanal spaziano tra un omaggio dalle decorazioni hockney inglesi con migliaia di bottoni in madreperla ai soprabiti trasparenti in corda che diventa tessuto con la paziente lavorazione.
Elie Saab prende abiti dalle linee pulitissime dal sapore anni 50 e li rende scintillanti di ricami in bianco e le più tenui tonalità pastello.
Stephane Rolland riscopre la cinetica di Michele Deverne, artista quasi dimenticato. E con questa fonte di ispirazione che ha il sapore dell’archeologia moderna, riesuma anche Jasmine Le Bon che chiude la sfilata con un abito rosso da 50 chili decorato in piastre d’acciaio laccate che non poteva essere indossato dalle filiformi indossatrici. E filiforme Jasmine Le Bon non lo è da un pezzo. L’arte di esplorare il tessuto in tutte le sue possibilità è l’anima stessa della sfilata che ha come risultato una collezione estremamente geometrica che ha fatto scintillare decorazioni in acciaio dorato, tipo cinti di Ippolita su abiti di organza fluenti da vestale futurista.
Eterea e impalpabile come la brina primaverile, la sfilata di Valentino rende omaggio non solo alla famosa collezione bianca degli anni ’60, ma la rivede e corregge con l’aiuto de “les petite mains” dell’atelier, vere star indiscusse di queste creazioni, artefici silenziose di capolavori in tessuto impreziosito di mille e mille lavorazioni rese possibile dal loro talento e dalla loro bravura.
Grande, grande Jean Paul Gaultier che omaggia Amy Winehouse, con tutte le declinazioni stilistiche di questo tormentato personaggio che ci ha lasciati troppo presto.
Quindi corpetti con micro shorts, soprabiti, ballerine e beehave nei capelli per arrivare al finale con le modelle coperte di veli neri.
Di nuovo Riccardo Tesci per Givenchy sceglie una presentazione statica per presentare i suoi capolavori. Modelle immobili con mega anello a naso, tra cui anche la ormai quasi cinquantenne Kristen McMenamy, permettono l’analisi dettagliata della minuzia dell’artigianato del suo atelier che si unisce festoso alla celebrazione dei suoi sette anni come direttore artistico in una personalissima rielaborazione del post-costruttivismo russo e dei suoi capolavori cinematografici.
E mentre i riflettori si spengono su questo spettacolo di lusso abbagliante, viene da rallegrarsi che nel 2012, nonostante la miseria spirituale che ci circonda, l’uomo sia ancora capace di produrre bellezza!