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Lunedì 13 Febbraio 2012 12:57

I figli delle stelle degli anni 80

L'aquila delle Filippine, l'animale più raro e prestigioso mai ospitato in quello che allora si chiamava lo zoo di Roma, morì due anni dopo la mia nascita e 41 anni di cattività. Io, chiaramente, non ricordo di averla vista. Mio padre mi indicava sempre, durante le nostre numerosissime visite, la sua gabbia, che e' rimasta vuota da allora, forse un inconscio monumento ad una libertà perduta. A ripensarci, immaginando come potesse essere stato il maestoso rapace che l'abitava, si unisce un altro ricordo che ha  a che fare con un decesso: il rumore degli spari che, tuonando nelle mie orecchie, uccisero Mikis Mantakas a Piazza del Risorgimento, dove la mia meravigliosa tata, Rosetta, di cui ero innamorato, mi portava a giocare. E sento ancora, vivida, la forza delle  sue braccia nel  trascinarmi in salvo da quell'orrore correndo dentro ad un portone, in fuga da quegli anni che misero sotto un assedio senza pietà la democrazia dell'Italia, precipitata con le sue sanguinosissime lotte politiche in una spirale di violenza inaudita. Un'atmosfera da guerra civile che ci inghiottiva in un baratro senza fondo, lo stesso baratro di degrado dove era caduto lo zoo di Roma senza più la sua aquila. Da allora l'ho cercata spesso  ma non l'ho mai trovata in nessuno zoo. Allo stesso modo   ho cercato, e cerco ancora, le carezze nei capelli e gli aromi della buccia degli aranci  che Rosetta bruciava sulla stufa nelle notti  d'inverno. Anni tristi gli anni 70, un clima di austerità, di stregonerie e sortilegi  politici,  il  tema sul rapimento di Aldo Moro in terza elementare, le stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia, e di nuovo  le passeggiate tra i tristi e decadenti viali dello zoo che, come già accennato, in quello stesso periodo viveva il suo momento di crisi più acuto, allineandosi al dolore e all'incertezza di un paese destabilizzato e  depredato degli ideali, giusti o sbagliati che fossero, su cui si era sempre fondato. Mentre Alan Sorrenti profetizzava il nostro arrivo con "Figli delle stelle", una canzone che strideva acutamente con gli slogan di protesta dei cortei, noi crescevamo. Dopo gli ultimi, atroci sussulti  da Ustica  e  Bologna , come se nulla fosse successo, la guerriglia terminava, gli anni non erano più  "di piombo", le primavere terminarono di essere chiamate  "di sangue" o "nere" dalla stampa ed io non avevo più bisogno della tata. Erano arrivati gli anni 80.
Se ne e'  tanto parlato e se ne continua a parlare. Al loro crollo, e con questo tutti i frivoli ideali che li rappresentavano,  sono stati vituperati, rinnegati, odiati. I sociologi li hanno bollati e scartati come una memoria da triturare e dare in pasto al pollame politico che li macellava come  il capro espiatorio di un'orgia di eccessi che ci aveva  lasciati tutti con una sgradevolissima sbornia. Ma per me, per la mia generazione di adolescenti privilegiati, ricchi e invincibili, no. Gli anni 80 sono stati per noi come quelle strutture create apposta per le Olimpiadi e poi abbandonate. O il porto di Trieste, che ha vissuto una fulgida  stagione duranti gli anni del fasto austro ungarico e, con lo sfaldarsi  del suo impero, ha perso la sua ragione di esistere. E noi, traditi da quell'ideologia di eroica avidità consumistica con la quale eravamo cresciuti, perdevamo la nostra, insieme alle scommesse fatte e non vinte con vita, credendo che quella spensieratezza, quella invincibilità, quella bellezza indecente dell'adolescenza durassero per sempre. Che quella ricchezza avrebbe sostenuto per sempre i nostri suntuosi capricci. Erano anni incoscienti, inebrianti e ancora più inebriante è stato essere giovane in quel periodo, quando la staticità dei sentimenti della maturità, prossima a  venire, era  posta sotto inquisizione dal turbinio ormonale  dei  nostri corpi inquieti e frementi. Quel benessere generale, seppur effimero, quell'ottimismo artificiale e vuoto, quell'età dell'innocenza che avremmo  perduto di lì a poco sotto il maglio di Mani pulite e di una inarrestabile presa di coscienza economica, pagata con le monetine lanciate  a Bettino Craxi, contribuì non poco ad alimentare quel senso di ferocia di vivere che ci avrebbe lasciato le mandibole doloranti a forza di strappare ai nostri giorni, che volavano via, come una spider rossa senza freni, ogni gioia. Come avremo potuto mai avvistare, all'orizzonte ancora fiammeggiante del sole della gioventù, gli anni di grama felicità, di inettitudine sentimentale e perduta ricchezza che li avrebbero seguiti? Erano gli anni dei fiocchi di Naj Oleari sulle Superga, dei piumini Moncler e Ciesse, delle Tods con i chiodini che si consumavano subito e delle Timberland col "carro armato" che ci venivano rubate dai ragazzi meno fortunati delle periferie, inferni creati dagli sciacalli della speculazione edilizia. L'epoca dei grandi balli delle debuttanti, degli eccessi stilistici di Gaultier e Mugler, e delle spallone giganti sul punto vita strizzato di Valentino e le sue sfilate a Piazza di Spagna, del "Cacao meravigliao", di "People from Ibiza" e della musica usa e getta. L'alta moda a Roma celebrava i suoi ultimi fasti con Donna sotto le stelle, i memorabili mondiali dell'82 ci regalavano un sogno che non avremmo mai dimenticato, la Berté andava a Sanremo con una gravidanza isterica e Madonna cantava "Material girl". I nostri templi erano l'"Area" di Cortina, il "Nephenta" della "Milano da bere", l'"Hysteria" prima e il "Gilda" poi a Roma e "Il tartarughino" di Porto Rotondo. E fiumi di denaro, balle di banconote che venivano spese con l'argano in questa meravigliosa celebrazione di fasti pagani. Accadevano certamente cose importanti nel mondo ma non ci interessavano, distratti come eravamo dalla celebrazione della nostra presunta  immortalità, fomentata fino ai  primi anni 90 dalle supermodels e dalla consacrazione di quel lusso privilegiato. E  crescevamo, martiri fieri che si immolavano superbamente tra le fiamme di quel fuoco fulgido.
Sono passate tante stagioni, bruciate via dal calore dei giorni che, sgommando, hanno lasciato sull'asfalto le tracce della nostra gioventù e che schizzavano via come pallottole vaganti. E mentre cerco di ingannare la mezza età che avanza, capisco l'immensa libertà e le infinite benedizioni che questa vita mi ha dato. Sono un figlio degli anni 80. Sono stato ricco, sono stato privilegiato e invincibile. Adesso devo solo diventare saggio, di quella  saggezza che non ha necessariamente a che fare con la vecchiaia.  E  forse sono sulla buona strada, da quando ho smesso di cercare l 'aquila delle Filippine, visto che l'ultima vista fuori dalla sua patria di origine e' morta in uno zoo europeo nel 1988....
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