Durante il mio soggiorno a Manhattan, ho avuto modo di andare a vedere la mostra su Daphne Guinness, collezionista di abiti di alta moda tra le più famose al mondo, e gli oggetti in esposizione da Christie's di Elizabeth Taylor, che sarebbero andati all’asta il giorno seguente.
Quella che potrebbe sembrare una dichiarazione scontata e cioè che nelle sale che ospitavano la collezione di Daphne Guiness , seppur deserte, si respirava un aria pulsante di vitalità, mentre in quella della Taylor si percepiva la sensazione funerea di un suntuoso mausuleo , che però in realtà non lo era affatto.
Ciò che stava per essere venduto non erano solo gli oggetti di una morta, ma la rappresentazione della fine di un’epoca che si chiudeva definitivamente: quella degli anni d’oro di Hollywood (il decennale tra il 1950 e il 1960), e di tutto quell’apparato che circondava lo star system: gioielli eccessivi, adesso importabili, faraoniche ville ora demodé e fatiscenti, un’imperiosità dei gesti che sovrastava ed ignorava le leggi di Dio e degli uomini.
Negli abiti di Daphne Guinness (quindi scelti da lei stessa) traboccava l’insofferenza moderna di una donna annoiata che, come la leggendaria marchesa Casati, ha usato la creatività altrui per esprimere la propria.
Gli oggetti di Liz Taylor sono esistiti perche è esistita Liz Taylor, erano gli oggetti che facevano da corollario ad un vita ingigantita dallo stigma del divismo, deformata nella sua essenza primordiale da questo stesso, amplificata dal bagliore di quelle enormi pietre preziose e dal possesso di status symbols iperbolici e inaccessibili.
Gli abiti di Daphne Guineess, incredibili capolavori di sartorialità, sarebbero esistiti indipendente da lei.
Il suo status di icona della moda e, di conseguenza, della sua fama, esistono perché gli abiti che ha comprato sono stati creati.
Sono gli abiti stessi che hanno dato spessore ad una donna che altrimenti sarebbe stata conosciuta solo, eventualmente, per la sua ricchezza, mentre quei gioielli elefantiaci esistono perché è esistita un'attrice che li ha commissionati e comprati, giustificandone così l’esistenza.
Sono stati capolavori di oreficeria concepiti per una diva di immensa statura, gioielli che, senza di lei, sarebbero stati montati, tagliati e divisi in collane, bracciali e carature più discrete e portabili.
Un pò soffocato dall’aria funerea che quei bagliori di inaudita bellezza non riuscivano a dissipare, non ho potuto fare a meno di pensare che spazzino oppure star, tutti facciamo la stessa fine.
Mentre la gente sbavava golosamente ed indecentemente sul famoso diamante da 33 carati o sul collier con la perla “Peregrina”, io mi incantavo, perdendomi in quel frusciare di stoffa che solamente io potevo udire, davanti ad un abito creato appositamente per lei da Valentino.
Unico nel suo genere, è forse l’unico costume superstite di tutta quella serie di leggendari balli in maschera che animarono il jet set nel secolo scorso.
Fu infatti indossato dall’attrice per il “Ballo Proust”, l’ultimo grandi evento in costume del secolo scorso, tenuto dai Rotschild allo Chateau de Ferrieres, un abito che nei suoi 20 metri di taffettà e pizzo macramè nero, rappresenta un’icona a se stante di un’altra epoca di passati splendori: quella del ballo Beistegui a Venezia o del “Bal Oriental” tenuto nei saloni di Baron De Redé a Parigi.
Gli abiti della Tayor, un compendio del gotha della moda degli ultimi 50 anni, i suoi immensi bauli di Vuitton con la targhetta per il nome con scritto “MINE!” si rapportavano simmetricamente a quelli di Daphne Guinness per la mancanza di quella freneticità moderna e vana, anzi crogiolandosi in una voluttà ormai estinta, che ha contagiato anche l’alta moda contemporanea.
Mentre i nasi di comuni mortali si schiacciavano contro le vetrine contenenti gioielli di una preziosità inaudita, contaminando con i loro aneli di vita quelle scintillanti reliquie pagane, i collezionisti d’arte studiavano da vicino le sfumature nevrotiche delle pennellate di Van Gogh, e brividi necrofili attraversavano la schiena degli appassionati di cinema ammirando il gelido oro dei due Oscar vinti dalla Tylor, sentivo distrattamente il cicaleccio di un’umanità morbosa che ha vissuto quella storia ormai lontana di divismo solo attraverso i giornali.
La cosa curiosa è che, mentre le sale di Christie's erano affollatissime, quelle del Fashion Institute erano stranamente deserte e silenziose come se le sezioni in cui si divideva la mostra di Daphne Guinness (dandismo,le armature, lo chic, lo chic da sera, l’esotismo e lo scintillio)non fossero in grado di catturare e amplificare l’eco del frastuono della Manhattan appena fuori.
Una Manhattan che, implacabile nella sua praticità, sembra disinteressata ai termini, più o meno gloriosi, del nostro transito terrestre.











