“Sei proprio fortunato ad essere qui in questi giorni che neanche fa freddo”. La scriteriata frase di senso compiuto usciva dalla bocca del mio caro amico Tomas, che tentava di rianimarmi versandomi direttamente nella trachea il terzo cognac bollente della giornata, mentre sedevo intontito dal gelo e con una sinistra tonalità blu di Prussia sul viso in mezzo al suo bellissimo loft nel cuore di Tribeca, il quartiere piu trendy di Manhattan.
Complice la mostra di Daphne Guiness e l’asta dei beni di Liz Taylor (che saranno oggetti di un articolo a se stante) avevo deciso di lasciare la mia solatia e splendida Miami per recarmi a New York, deciso a prendere più piccioni possibili con una sola fava.
Il che vuol dire che, oltre alle due mostre, mi sarei anche liberato del tragico rituale di girare come un invasato cercando regali appropriati, avrei fatto shopping per me e visto Manhattan a dicembre, cosa di cui avevo sentito parlare fino alla noia: la pista da pattinaggio al Rockfeller Center, le opulente decorazioni, la girandola frenetica dei negozi e via discorrendo di stucchevole in stucchevole...
Ma mi era giunta voce anche del freddo polare. Comunque mi ero fatto coraggio e avevo raccattato capi invernali qua a là chiedendone ad amici e conoscenti per affrontare questa ennesima trasferta.
Devo precisare che quando uno vive a Miami, il soprabito più pesante che possiede nell’armadio è una felpa, dal momento che ci sono sempre 25 gradi.
Una volta atterrato all’aeroporto La Guardia, ho realizzato che, per il gelo, il terminal dell’American Airlines avrebbero potuto usarlo tranquillamente come stazione di smistamento per orsi polari alla deriva sulla banchisa artica.
Giunto a casa del mio amico, e ripresomi con il primo di numerosi cicchetti a base super alcolica, Tomas con la sua micidiale falcata newyorkese, mi lancia nella baraonda di Manhattan.
Prima tappa: lo strombazzatissmo “Lady Gaga Store” creato nello chiccoso negozio Barney. Una bolgia inverosimile per comprare ciarpame ispirato alla cantante: collane con lecca lecca di plastica a 36 dollari, scarpe di cioccolata a 68, gli iconici occhiali borchiati a 320!
La parte migliore di questa altrimenti frustrante meta fu la perquisizione, che speravo intensamente sarebbe stata corporale, compiuta dal molto sexy security man in caso mi fossi fregato il set di carte da gioco a 51 dollari.
Dopo questa delusione, chiedo all’instancabile Tomas di andare a Fifth Avenue, dove brilla come un diamante il negozio trasparente dell’Apple, sprovvisto di porte porte , aperto 24 ore.
Alla faccia di Monti, delle recessione, delle tragedie economiche varie, la leggendaria strada casa dei flagship stores di tutte le maison più prestigiose del mondo, pullulava dei soliti italiani carichi di lucidissime buste, di brasiliani e russi che combattevano duelli all’ultima carta di credito per accaparrarsi abiti da 80 mila dollari.
E le vetrine erano lo spettacolo di dominio pubblico più lussuosamente eccentrico che si possa vedere: quelle di Bergdorf Goodmans le più belle in assoluto dove i manichini in abiti haute couture erano circondate da animali di paillettes, seguite a ruota dalle giostre a cavallo primo ‘900 che incorniciavano quelle di Tiffany, le marionette elettroniche di Macy's, il gigantesco fiocco di luci che avvolgeva il palazzo Cartier, fino a quello della Diesel in cui troneggiava il profilo del capo indiano in dischi d’argento.
Nell’insieme, uno spettacolo di estremo intrattenimento. Per me, che sarei tornato ai 30 gradi di Miami in 4 giorni tutto era incomprabile in quanto ogni negozio esponeva campionario invernale con tripudio di montoni, cachemire spessi 3 dita e pregiatissime lane.
Anche la più discreta ma chiccosissima Madison Avenue con i vari Chanel e Dolce e Gabbana si era vestita a festa per l’occasione.
Devo dire che non mi sono risparmiato niente, visto che in un impeto sicurezza mi stavo buttando con foga alla Katarina Witt anche sulla pista di pattinaggio del Rockfeller Center pronto ad umiliarmi davanti a tutta Manhattan, ma sono stato fermato in tempo dal mio saggio amico.
Tra ristoranti carissimi di “cibi concettuali” (aridateme la ciriola cò la mortadella!), negozi in cui si poteva comprare veramente di tutto per tutti i gusti, una puntata al Metropolitan per vedere le uova Fabergè e il molto kitsch, ma divertentissimo musical “Mary Poppins”, i miei 4 giorni sono volati via in un attimo.
E mentre il taxi mi portava all’aeroporto, son passato vicino al Central Park Zoo. Per qualche strana ragione lo avevo rimosso completamente dalla mia memoria. C’ero stato solo una volta 20 anni prima e chissà perchè ho chiesto al taxi di fermarsi.
È un piccolissimo zoo di epoca vittoriana nel centro di Manhattan. Mentre mi aggiravo tra le gabbie e i cespugli tagliati ad arte di quel piccolo gioiello architettonico, rincorrendo chissà quale ricordi, mi sono chiesto che fine avesse fatto lo scatenato teenager di tanti anni prima mentre fissavo in silenzio, sulla sommità della torre, l’orologio di bronzo con gli animali che si rincorrevano battendo le ore. L’orlo svolazzante delle mia scandalosamente colorata sciarpa vintage di Moschino mi ha colpito il volto e ho capito che anche se il viso non è più liscio come solo quello degli adolescenti sa essere, la mia essenza era ancora la in quell’oasi di pace che riecheggiava, con i suoi silenzi, la persistenza della mia memoria e del mio essere.











