E da Dallas, dove ero andato per la mostra su Jean Paul Gaultier, sono ritornato alla base, South Beach, con la sua dimensione rassicurante che si apprezza solo quando si ritorna.
La sfilza di eventi che mi aspettava al varco, avrebbe scoraggiato anche Patrizia Pellegrino: prima “The White party week”, la più longeva festa di beneficenza degli Stati Uniti in favore dei pazienti affetti da HIV, che da una semplice serata si è trasformata, negli anni, in un circuit party lungo una settimana (inclusi parecchi after hours ) e che viene seguita immediatamente dal supervippissimo, mondanissimo evento dell’anno per la città dal sole perenne: Art Basel.
Per chi non lo sapesse, Art Basel è il mercato artistico più famoso del mondo che, partito dalla Svizzera, da 10 anni ha anche un edizione a Miami. Questa manifestazione che smuove i ricchi VERI (per intenderci: quelli che vengono da paesi mai sentiti prima e con troppe sillabe), i fricchettoni, i galleristi vivi e gli artisti morti da tutto il mondo, celebra, nel suo giorno di apertura a strettissimo monitoraggio d’inviti, il suo culmine.
Seguito, ovviamente, da un codazzo inesauribile di feste, party, pranzi, cocktail, cene vernissage e receptions.
Quest’anno, per il decennale, c’erano veramente tutti: da Marc Jacobs a Roberto Cavalli, dalle star di Hollywood a quelle sciroccate delle sorelle Hilton (prese a calci fuori dai rotocalchi da quel bovide con extensions di Kim Kardashian) alle supermodels di ieri e di oggi, due nomi su tutte Linda Evangelista e Karolina Kurkova.
La ressa per entrare al vernissage sembrava la scena dell’imbarco del film “2012”. Trucidissimi security men portoricani (molto sexy dovrei aggiungere) con bazooka alla porta, per controllare gli inviti e gli invitati, agguerritissimi compratori con libretti degli assegni dall’incalcolabile potere d’acquisto praticamente in bocca, pronti a fregarsi a vicenda i pezzi più interessanti, presenzialisti e guardie del corpo di vari corpi.
Appena entrato, l’assalto sensoriale è stato violentissimo. Non sono un intenditore di arte contemporanea, ma quando vedi una tazza del cesso piena di patate venduta a 1 milione e mezzo di dollari mi sono domandato se non avessi, per caso, sbagliato tutto nella vita.
Dentro, il campionario dell’umanità al suo massimo dispiego: dagli attori alle prostitute d’altissimo bordo in cerca di attempati ricconi da spennare, da vecchie cariatidi che già vivevano a South Beach quando c’erano ancora gli alligatori che camminavano per Lincoln rd , sterminate truppe di divini mondani, svoltafiletti, jet setters e artisti in erba.
E tutti, indistintamente, finivano ammucchiati al bar per accaparrarsi un drink o una tartina gratis. Tra pesci di pongo in bacheche di vetro, disegni di Matisse, nani di Biancaneve rosa fosforescente alti due metri ($ 700.000!) e incisioni di Picasso, la folla veniva messa alla porta in maniera abbastanza brutale alle 10 per permettere alla titanica organizzazione di preparare il “Convention Center” per il giorno successivo, ufficiale giorno di apertura, in cui i comuni mortali avrebbero pagato lo strabiliante prezzo di entrata (50 dollari) per dire alle vicine di aver messo la testa in un caleidoscopio di specchi ($965.00 dollari).
Dal Convention Center, i più sprovveduti prendevano la macchina, imbottigliandosi in un traffico a croce uncinata di fantozziana memoria, mentre i più intraprendenti andavano, giustamente, a piedi alla ciclopica riapertura dell’hotel Shelbourne, storico albergo di South Beach, che approfittava della folla dell’Art Basel, per riaprire le sue auguste porte dopo un restauro da 20 milioni di dollari. Se possibile, la selezione per entrare alla festa più ambita della prima giornata, era ancora più feroce del vernissage di apertura in quanto non esistevano inviti, ma solo una scintillante guest list, comprendente gli “Who’s who” d’America , non solo creata dal leggendario Luis Canales, lo snobbissimo e inseritissimo “maitre cerimoniere” della South Beach che conta, ma anche controllata dal più famoso buttafuori italiano negli Stati Uniti, il bellissimo Fabrizio Brienza che, con un fiuto tutto suo, richiedeva anche anche i documenti .
L’organizzazione di questo gigantesco baccanale era stata creata da Susanna Bartsch, sacerdotessa della New York trasgressiva dalle notti senza fine, che era volata a Miami con la sua corte circense, i freaks nani e drag queens per dare vita ad una festa popolata da disincantati e viziosi miliardari.
E qui, tra donne in tanga e frustini su cigni gonfiabili, travestiti in crinoline e trucco kabuki, e gay addobbati da arabe fenici sui trampolini della piscina, Art Basel sposava il suo lato oscuro con quello, ben noto, di South Beach. Bungalow discreti per nascondere traffici illeciti di sesso e droghe, affinamenti di trappole per incastrare rivali compratori e alleanze inusitate.
Tra lo splendore di gioielli da mille e una notte, abiti da sogno e sotto un cielo di decine di disco balls che riflettevano le luci intermittenti del grattacielo di fronte, il popolo dell’arte mondiale celebrava se stesso e la sua scandalosa libertà. Poi parlatemi di crisi economica.











