Pride Run, il videogame gay che divertirà tantissimo

Immaginate di essere Sylvia Rivera in una notte di giugno del 1969, di lanciare una scarpa con tacco (o una bottiglia) contro la polizia e di inaugurare così i moti di Stonewall e il movimento di liberazione omosessuale. Oppure immaginate di essere a Mosca pochi mesi fa, per ribadire costi quel che costi la vostra identità di genere di fronte all’esercito schierato. E immaginate anche, ballandogli davanti, di riuscire a convincere Donald Trump di quanto ogni colore sia bello. Insomma, immaginate di giocare a Pride Run, il videogioco “più gay di sempre” che al prossimo Lucca Comics & Games sarà presentato per la prima volta al pubblico, nello stand di Svilupparty.

Intanto, per arrivare preparati, meglio fare un passo indietro. Di danza, ovvio.

Nel seminale Rise of the Videogame Zinesters, già 5 anni fa la game designer e attivista transgender Anna Anthropy sosteneva che un mezzo espressivo può dirsi maturo solo quando si fa tramite anche delle istanze di qualsiasi minoranza sociale.

In una parola, di tutti, conferendo pari dignità e diritto a ciascuno.

Vista così era dura, sosteneva allora Anthropy, credere che i videogiochi fossero adulti, fermi com’erano a una rappresentazione dei generi nata negli anni ’60, in seno a comunità fortemente connotate in senso razziale e sociale. In fondo, il gioco elettronico aveva visto la luce in ambienti accademici, fra appassionati di informatica perlopiù maschi, caucasici e per i quali la donna, quando non un oggetto ambito o da salvare, si aggirava con una quarta di reggiseno al vento fra immaginifici campi di battaglia.

di Emilio Cozzi per Wired.it

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