Niccolò e Giorgio, gli sposi gay più giovani d’Italia: “Troppo presto per questo passo? Ma noi ci amiamo”

Sposi ragazzi, poco più che adolescenti. Niccolò e Giorgio, 22 e 19 anni compiuti alla vigilia del loro “sì”, hanno coronato il loro amore sabato nella sala matrimoni del Comune, a Torino. Un anno e mezzo fa era toccato ai più anziani, gli ottantenni Franco e Gianni, i primi ad unirsi a Torino. Ora è stato il loro turno, quello della più giovane unione civile d’Italia da quando la legge che permette alle coppie dello stesso sesso di unirsi legalmente è diventata realtà. “Ci amiamo e per noi non è cambiato nulla – assicurano – se non il fatto che ora la nostra unione è riconosciuta davanti a tutti”.
Emozionati?
“Ci sentiamo come il giorno prima, come se nulla fosse cambiato. Viviamo assieme da quattro mesi, eravamo sempre assieme prima, come una famiglia, e continuiamo ad esserlo”.
Quando vi siete conosciuti?
“Due anni fa”.
E come avete maturato la decisione di unirvi civilmente: non siete troppo giovani, come vi ha rimproverato qualcuno commentando la notizia della vostra unione?
“Nessuno di noi due ha un’idea sacrale del matrimonio. È stato come prendere atto di una realtà che già esisteva. E dire allo Stato: noi stiamo assieme, ora vogliamo che tutti lo riconoscano. All’inizio anche i nostri testimoni erano perplessi. Ci domandavano: ‘Ma non siete troppo giovani per sposarvi?’. Erano scettici per l’età, certo. Ma anche perché quando abbiamo cominciato a parlarne non avevamo un lavoro e una casa. Ora anche loro hanno capito che siamo maturi, ci amiamo e che prima o poi avremmo fatto questo passo”.
E allora perché farlo adesso?
“Avevamo organizzato tutto per il 2018, ma a maggio abbiamo deciso di anticipare. Era l’unico modo per non separarci”.
Separarvi?
“Niccolò è arrivato a Torino quattro anni fa per studiare illustrazione allo Ieed. Il suo permesso di soggiorno era in scadenza, e sarebbe dovuto tornare in Cina e ricominciare daccapo tutta la trafila. Ora siamo più tranquilli”.
Una convenienza?
“Noi ci amiamo. E questa è un’attestazione legale di quello che già siamo: una famiglia. Senza saremmo stati costretti a separarci, per poi cercare un modo per ricongiungerci”.
È stato complicato?
“È stato più difficile del previsto per via della burocrazia, sia in Cina sia in Italia. L’ambasciata cinese non ha accettato di rilasciare i documenti che servivano a Niccolò, non riconoscendo legalmente le unioni civili. E alla fine li abbiamo ottenuti direttamente dai suoi genitori”.
Loro lo sanno?
“Sapevano che Niccolò era gay e che stavamo insieme. Ma sono rimasti un po’ scioccati quando hanno saputo che ci univamo civilmente. In Cina, soprattutto nelle zone più periferiche rispetto a Pechino o Shanghai, il pregiudizio è ancora forte. Il cugino di Niccolò ha detto: ‘I gay mi fanno schifo’. Un altro cugino, però, ci ha fatto gli auguri, insieme alla famiglia di sua mamma. Il padre di Niccolò resta scontento, perché non vuole che si sappia in giro”.
E il padre di Giorgio come l’ha presa?
“È venuto al matrimonio. Lui sa da quando Giorgio aveva 14 anni. All’inizio rimase un po’ scioccato, aveva un’idea dei gay confusa e frutto di stereotipi. Ma poi ha capito”.
Che progetti avete?
“Prima di tutto vogliamo cambiare casa, perché quella dove stiamo ci sta stretta. Poi quando avremo un po’ di soldi in più vorremmo trasferirci in Finlandia, un Paese più aperto mentalmente. Intanto programmiamo il viaggio di nozze in Cina, dai genitori di Niccolò; Giorgio non ci è mai stato”.

Voi vi considerate “sposati” anche se le unioni civili non sono un matrimonio a tutti gli effetti?
“Sì, ci consideriamo sposati, anche se sappiamo che la legge Cirinnà non

è completa e non riconosce alcuni diritti, per esempio se volessimo avere dei figli. Prima o poi, però, cambierà”.

Come vi appellate, ora che siete sposati?
“Tra noi ci chiamiamo amore. Ma adesso, se dovessimo presentarci ad altri vicendevolmente, diremmo: ‘Ecco Giorgio, mio marito. Ecco Niccolò, mio marito’ “.
di GABRIELE GUCCIONE per La Repubblica

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