Matrimoni gay, la scelta di Taiwan

All’ultimo Gay Pride di New York, il loro gruppo è stato tra i più festeggiati della kermesse: duecento taiwanesi, in gran parte arrivati da Oltreoceano, che domenica 25 giugno hanno sfilato tra i grattacieli di Manhattan e le bandiere arcobaleno per festeggiare in maniera speciale l’evento che poche settimane prima li aveva fatti esultare nella loro terra: la sentenza con cui la Corte costituzionale della Repubblica di Cina ha aperto le porte alla piena legalizzazione dei matrimoni tra coppie dello stesso sesso, affermando che il divieto opposto agli omosessuali che desiderano sposarsi rappresenta una violazione del “diritto delle persone all’uguaglianza”. Un pronunciamento che ha fatto di Taiwan il primo Paese dell’Asia avviato a imboccare la strada già percorsa a riguardo da circa 20 nazioni europee e americane (più Israele e Repubblica sudafricana, mentre in Vietnam le unioni gay sono depenalizzate).

Il governo-sponsor

Nei passaggi più recenti, un appoggio deciso e decisivo per raggiungere l’obiettivo è arrivato dalla presidente Tsai Ing-wen e dal Partito Democratico Progressista, giunto al potere con le elezioni del gennaio 2016. Tsai aveva espresso apertamente il suo favore per la legalizzazione del matrimonio omosessuale durante la campagna elettorale. Durante la campagna elettorale, la candidata Presidente aveva scritto sul suo account Facebook che «davanti all’amore siamo tutti uguali», e il quartier generale del suo staff brulicava di bandiere arcobaleno. Il primo disegno di legge per la legalizzazione delle unioni coniugali omosessuali ha iniziato il suo cammino nel dicembre scorso. Il movimentismo dei nuovi dirigenti taiwanesi gioca su vari tavoli. Ha avuto il suo exploit con la telefonata dello scorso dicembre tra la presidente Tsai e il presidente eletto Usa Donald Trump (primo contatto tra i Capi delle due nazioni dal 1979, quando gli Stati Uniti interruppero i rapporti diplomatici pieni con Taiwan per instaurarli con la Repubblica popolare cinese). L’attuale leadership di Taiwan cerca sponde internazionali nell’ennesima fase di guerra fredda che la contrappone a Pechino. Si sforza di tener saldi i legami con la ventina di nazioni con cui intrattiene piene relazioni diplomatiche, a cominciare dal Vaticano (anche se alcune settimane fa ha “perduto” Panama, che ha preferito stringere rapporti diplomatici pieni con la Cina Popolare). E sugli scenari internazionali mette in risalto la propria conformità con gli standard delle democrazie occidentali sia sul terreno della libertà religiosa che su quello delle libertà individuali (compresi i cosiddetti diritti Lgbt).

Le Chiese alla gogna per “bigottismo” 

La resistenza pubblica alla procedura legislativa per legalizzare i matrimoni tra persone dello stesso sesso è venuta soprattutto da istituzioni e realtà religiose, che hanno fatto cartello associandosi nell’Alleanza dei gruppi religiosi di Taiwan in difesa della famiglia. La manifestazione di piazza più rilevante organizzata dall’Alleanza si è svolta il 13 dicembre scorso davanti al Parlamento taiwanese e ha radunato più o meno 20mila persone, per lo più cristiani. Nel 2013, un precedente tentativo di far passare una legge pro-matrimoni gay aveva provocato opposizioni ben più consistenti, con una manifestazione che riuscì a portare in piazza 250mila taiwanesi. I vescovi, nel loro documento ufficiale di orientamento sulla vicenda, avevano sostanzialmente riproposto l’insegnamento riguardo all’omosessualità così come è esposto nel Catechismo della Chiesa cattolica, che definisce gli atti omosessuali come «intrinsecamente disordinati». Avevano anche invitato i fedeli a “intasare” la casella e-mail di Tsai Ing-wen, dopo che la presidente aveva riferito ad alcuni parlamentari di «non aver mai inteso di una qualche opposizione della Chiesa cattolica rispetto al matrimonio tra persone dello stesso sesso».

Il vice-presidente Chen Chien-jen, che durante la campagna elettorale aveva attirato l’attenzione dei media anche per la sua appartenenza alla Chiesa cattolica, ha mantenuto sulla vicenda un silenzio prudente, senza manifestare divergenze nei confronti della linea presidenziale pro-matrimoni gay. Prima ancora di essere eletto vice-presidente, intervistato in merito sulla questione, aveva ripetuto che «Dio ama anche gli omosessuali» e che i gay «hanno diritto a cercare il proprio bene, e noi dobbiamo rispettare questo diritto, ma, nella misura in cui il matrimonio tra persone dello stesso sesso implica un cambiamento della società, sono necessarie discussioni approfondite prima di prendere qualsiasi decisione su questo argomento».

Nonostante il “basso profilo” adottato dal vice-presidente cattolico, le comunità cristiane di Taiwan, pur non raggiungendo il 5 % della popolazione nazionale, sono state rappresentate dai media internazionali come un blocco agguerrito e organizzato nella sua resistenza alla piena omologazione tra matrimoni etero e omosessuali. Un articolo pubblicato sul Washington Post il 20 aprile ha descritto gruppi cristiani «ben foraggiati e ben organizzati», mossi da pulsioni bigotte «contrarie all’evidenza», e assorbiti dal vano e inutile tentativo di respingere come «idee occidentali» e poco «cinesi» la difesa dei diritti dei gruppi Lgbt e dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. In quell’articolo, la frontiera dei diritti Lgbt veniva anche delineata da alcuni commentatori come il terreno su cui «Taiwan può competere» con i cinesi della Repubblica Popolare, ponendosi come leader “regionale” delle istanze gay e confermando anche per quella via la propria immagine di «faro della libertà e della democrazia in Asia», testa di ponte nella strategia di allargamento dei diritti individuali secondo gli standard occidentali. «Taiwan farà da modello a altri Paesi asiatici» ha affermato Yu Mei-nu, il rappresentante del Partito Democratico Progressista che ha seguito e appoggiato da vicino l’iter della legge sui matrimoni gay, da lui definita come «un grande passo avanti nella storia dei diritti umani».

Domande aperte per le comunità ecclesiali

Il percorso imboccato da Taiwan per la legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso pone domande alla comunità ecclesiale, non solo a Formosa. La vicenda getta luce sulle pulsioni prevalenti che determinano il vissuto e l’immaginario comune in un Paese sempre più allineato con le attitudini delle èlite liberal occidentali e dove, secondo i sondaggi più recenti, tale scelta viene appoggiata dall’80% degli appartenenti alle giovani generazioni. Essa suggerisce anche di tenersi alla larga dalle retoriche e alle propagande che provano a celebrare Taiwan come un’isola di libera espansione delle comunità ecclesiali circondata da regimi ostili per cultura o ideologia politica al cristianesimo. E porta a chiedersi se davvero il futuro dell’annuncio cristiano in Estremo Oriente passa attraverso il gioco di sponda e il coordinamento “obbligato” con le istanze culturali modernizzanti e occidentalizzanti. Le stesse che includono anche la libertà religiosa “all’americana” tra i nuovi standard delle èlite borghesi occidentali da esportare anche tra quei popoli e in quelle terre, in una specie di pacchetto “tutto incluso” che comprende anche i diritti individuali rivendicati dalla compagine Lgbt.

di GIANNI VALENTE per La Stampa

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