La rivoluzione gay al bar: lo Stonewall negli scatti di Vito Fusco

Locale di lotta e di tendenza di NY nel ‘69 divenne «quartier generale» per i primi movimenti militanti Lgbt. Il libro-reportage del fotografo di Positano

Solo la lotta paga: oggi si celebrano matrimoni tra persone dello stesso sesso, si sfila nei Gay Pride, fioccano liberatori coming out. Prima erano botte, insulti, segregazione. Omicidi. Gli omosessuali, e gli etero, ricordano il coraggio di Harvey Milk, per esempio. L’uomo, gay dichiarato, che diede battaglia sui diritti civili a San Francisco fino alle estreme conseguenze. Milk principiò nel ’72, ovvero a tre anni dall’apertura, sull’altra costa americana, dello Stonewall Inn, il bar newyorkese destinato a entrare nel mito.

Adesso è un fotografo, Vito Fusco, di Positano, a incastonare con un reportage lo storico locale omosex statunitense. Scatti raccolti in una mostra itinerante e in un libro intitolato «Stonewall, the Temple» (80 pagine, edito da Arkimedia Lab, col patrocinio di Amnesty International Italia e Fiof) corredato da testi in italiano e inglese che inquadrano il periodo delle lotte affrontate dal mondo Lgbt dagli anni ‘60 ad oggi. Trentaquattro immagini per raccontare i giorni trascorsi da Vito coi frequentatori del bar-tempio durante la settimana del Pride. Il libro sarà stampato in 500 copie, di cui un centinaio vendute in edizione limitata.

«National monument»

Lo Stonewall è, nomen omen, una pietra miliare. «National monument». Il movimento Lgbt militante trovò lì, nel ‘69, una sorta di quartier generale. Simbolo dei «moti» fu Sylvia Rivera, transessuale, la prima a ribellarsi alla polizia che irrompeva ogni sera nel bar, e non per bere mojito. «Il posto oggi è frequentato da tutti, tranquillamente, ma conserva lo spirito degli anni incredibili della rivoluzione gay – ricorda Fusco, classe 1980 – Il bar apre alle 14 e chiude a notte inoltrata. Ci sono andato immaginando di poter trovare spunti per le mie ricerche. Stavo lavorando sugli incroci metropolitani, intesi in maniera ampia, crossover, crocevia di senso. E infatti nel bar ho avuto modo di immortalare tanti uomini e donne, spesso nell’angolo in fondo al locale, con la luce più bella che abbia mai visto. Ho speso tante ore a chiacchierare con le persone che poi ho ritratto, ad ascoltarne la storia. Ho conosciuto un ragazzo, parlando con lui per più di un’ora: abbiamo bevuto un drink e infine ho scoperto che fino all’anno scorso era una ragazza. Ho incontrato un professore universitario sposato con figli che venne scoperto dalla moglie a guardare un film erotico gay; ho fotografato un etero che accompagnava lì il suo migliore amico; ho notato la gente, tanta, che passa davanti al Tempio per omaggiarlo. Questo bar è un incrocio che ha dato al mondo una nuova direzione».
Comizi d’amore a New York
Nel Novecento gli artisti etero sono sempre stati affascinati dal mondo dei locali omosex. Magari dapprima avvertiti come «alieni», trasgressivi, proibiti e in seguito oggetto di indagini spesso raffinate con la fotografia, il cinema, la pittura, la scrittura; approfondimento caricato – spesso, non sempre – anche di forte empatia con le problematiche sofferte dai discriminati. Lo Stonewall Inn, s’è detto, apre i battenti alla fine dei Sessanta, decennio ancora molto ostico per le persone omosessuali. E siamo a New York, figuratevi altrove (è di quel periodo «Comizi d’amore», documentario di Pasolini: film che certificò l’arretratezza medievale italiana in fatto di sesso).
Mad Men

Chi segue le serie tv può ricordare in «Mad Men», ambientato nella Grande Mela degli anni ‘60, il personaggio di Salvatore, disegnatore pubblicitario italo-americano, che lo sceneggiatore Matthew Weiner ha voluto omosessuale, non dichiarato ma dal savoir faire intuibile per gli spettatori. Ebbene, anche nell’avanguardia di Madison Avenue, Salvatore viene licenziato senza troppi complimenti nonostante fosse vittima di un tentativo di abuso da parte di un importante manager d’azienda. Il clima era quello.

Krogvold e Kandinsky

«Mi sono avvicinato alla fotografia per “colpa” della mia compagna – dice di sé Vito Fusco – che si interessava di arti visive e plastiche. Mi sono affezionato al mezzo e innamorato dell’idea di poter lasciare un messaggio». La svolta arriva quando incontra Morten Krogvold, maestro norvegese. «Erano clienti di vecchia data del ristorante dove lavoravo. Per due settimane mi incantò con lezioni sul colore e sulla forma, parlando di Kandisky, della luce e della composizione». Stregato sulla via di una Nikon, Vito abbandona il lavoro al ristorante e si dedica alla fotografia creando Arkimedia Lab con Antonio Casola, agenzia che si occupa di comunicazione visiva. Impegno ripagato: tra i vari riconoscimenti le pubblicazione su «National Geographic», «El Pais» e la vittoria del concorso Nikon nel 2010.

di Alessandro Chetta per Corriere del Mezzogiorno

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