«Io, prete felicemente gay. La Chiesa ci perseguita»

FERRARA. Krzysztof Charamsa, il monsignore gay che ha fatto coming out alla vigilia del Sinodo della Famiglia oggi è al Tag Festival di Ferrara. Lo abbiamo intervistato.
Monsignor Luigi Negri è uno dei vescovi italiani più intransigenti e tradizionalisti. Lei sa che venendo a Ferrara fa provocazione? Scende in un ring? Crea un incidente?
«La domanda non mi riguarda, perché vengo a Ferrara su invito del presidente Flavio Romani e dell’importante e storica Associazione LGBT italiana Arcigay, che lui rappresenta a livello nazionale. Questo invito per un dibattito è per me un piacere e la tradizione di una città italiana di cultura rinascimentale, come Ferrara, mi pare una cornice che garantisce al meglio l’apertura, la volontà di conoscere l’altro, il rispetto delle differenze. Insomma, tutti i valori che la cultura italiana sapeva impiantare nei secoli, confrontandosi con le novità della crescita umana in ogni epoca».
Allontana la questione?
«No. Vorrei che ci siano estranei i termini come provocazione, ring o incidente. Personalmente mi identifico invece con una denuncia e una protesta che riguarda tutta la Chiesa cattolica (e non la città di Ferrara)».
E avvicina la polemica…
«Il mio coming out del 3 ottobre scorso fu oltre che la liberazione personale, una denuncia di abusi omofobici della mia Chiesa, una denuncia che ritengo di essere un dovere morale di coscienza di ogni credente, quando si rende conto della realtà marcia».

Quindi, insisto, la sua è una provocazione?

«Le confido la mia impressione davanti alla domanda posta. Io penso spesso alla dittatura comunista, in cui ha vissuto nel passato il mio paese di origine, la Polonia, dove ogni critica oggettiva e razionale del sistema fu classificata e distrutta come provocazione. Così sono molto sensibile a tali dialettiche dei sistemi (non importa se siano religiosi o no), i quali di solito sono rivestiti anche di qualche arma paranoica al servizio del sistema. Si creano dei nemici da combattere: ebrei, donne, omosessuali, gli altri diversi da “noi”».

Che s’aspetta dalla giornata ferrarese?

«Spero di incontrare a Ferrara una città di aperta civiltà italiana e europea, dove ben venga discutere o forse anche il non essere d’accordo gli uni con gli altri, ma non senza aver ascoltato l’altro e rispettando la sua dignità, che non si può continuamente offendere».

Se dovesse incontrare monsignor Negri a Ferrara che cosa gli direbbe?

«Come dicevo, a Ferrara vengo incontrare le persone che mi hanno invitato, tra le quali non ho visto il nome di alcun vescovo.

Vorrei parlargli del rapporto della Chiesa con l’omosessualità. Mi sembra che l’ignoranza e le contraddizioni del magistero e la mostruosa prassi della Chiesa riguardo le persone LGBTIQ non è sufficientemente conosciuta. Vengo come teologo e sacerdote per le persone che intendono ascoltare, discutere e dalle quali anch’io posso imparare.

Gli incontri con le persone prive di questo atteggiamento meglio evitarle, perché non servono a nulla. Questo mi ha insegnato la mia esperienza universitaria, che esclude ogni intransigenza e posizione fondamentalista. E laFràra, come si dice nel dialetto ferrarese, nella sua tradizione di città universitaria esprime bene questa apertura degli incontri che valgono».

Com’è oggi la sua vita, come è cambiata?

«Direi che formalmente è la vita di un prete “in disoccupazione”, però non possono dire di essere disoccupato. Lavorando sodo, mi mancano le ore delle giornate per venire incontro a tutte le richieste che arrivano e a tutti i progetti che stanno crescendo.

È un tempo felice, di grande impegno, che continua il meglio del mio servizio sacerdotale. E poi ho una fantastica relazione d’amore con Eduard. Siamo una coppia felice».

È prete a tutti gli effetti?

«Sì, a tutti gli effetti! anche se sono sospeso con il divieto di celebrare i sacramenti. Penso che noi spesso siamo piuttosto troppo “automatici” nel verificare l’esercizio delle funzioni. Pensi a un grande sacerdote italiano, un vero eroe della fede, come è don Franco Barbero, che dalla Chiesa è ufficialmente sospeso.

Ho proprio finito di leggere il suo libro, curato dal mio amico Pasquale Quaranta, Omosessualità e Vangelo.

Sono le lettere di don Franco alle persone omosessuali, che testimoniano una scuola sia di umanità compresa e amata sia di incrollabile fede in Dio che ci rende felici.

Chi oserebbe dire che quel maestro spirituale (essendo sospeso dall’istituzione della Chiesa) non sia sacerdote a tutti gli effetti. Vorrei che i miei colleghi non sospesi avessero almeno una parte di sapienza di fede e di amore di questo sacerdote. Se si crede nel sacerdozio, esso è qualcosa più grande delle decisioni umane delle gerarchie della Chiesa che, con tutto il rispetto, non possono essere “Dio” per il proprio gioco di potere. In quel senso vanno richiamate quando stanno superando la pazienza del popolo di Dio. Lo ha fatto Gesù stesso con i farisei, i “giusti esperti” di Dio “a tutti gli effetti”…».

Se la Chiesa cattolica fosse permeabile a tutte le richieste, le aperture, le pressioni diventerebbe una Chiesa “personale”. Che ne pensa?

«Sono d’accordo che la Chiesa deve diventare più “personale”. Noto che ci sono molte giuste richieste, sapienti aperture e sante pressioni che l’istituzione ignora e rifiuta.

Ma penso soprattutto che attualmente la Chiesa, come istituzione è chiusa – proprio impermeabile – a conoscere le persone umane, specialmente quelle discriminate e stigmatizzate, marginalizzate e rese per secoli invisibili dalle stessa Chiesa, come sono: le donne, le vittime degli abusi, le minoranze sessuali e penso non solo alle persone omosessuali e lesbiche, ma anche transessuali o intersessuali, denigrati dall’insegnamento e dalle prassi della Chiesa in una maniera disumana.

Qui non si tratta di un’opzione di miglioramento, qui si tocca un’esigenza storica di conversione di un’istituzione attualmente arroccata in una posizione difensiva, che è contraria alla sana umanità e contraria allo stesso Vangelo di Gesù».

Qual è la maggiore colpa della gerarchia cattolica?

«I meriti e le colpe delle gerarchie cattoliche variano in dipendenza dal contesto geografico, sociale e culturale in cui si trovano. La principale mancanza, che osservavo nel Vaticano e nei paesi di forte tradizione cattolica, come Italia o Polonia, è la seguente: è la paura di perdere un certo potere che si riteneva di possedere nel passato.

Non si tratta di un potere spirituale della Chiesa, quello di formare le coscienze, che è il sacrosanto dovere di ogni comunità religiosa e la sua vera forza morale.

È la paura di perdere gli influssi umani e sociali, invece di investire nelle coscienze. Le esasperate ingerenze nelle legislazioni statali sono l’espressione di questo cancro delle gerarchie di oggi.

Hanno paura di incontrare le persone con i misteri delle loro coscienze, forse hanno paura di non saper poi affrontare la sfida di questa conoscenza e perciò continuano a governare ingerendo nelle leggi statali, che gestiscono il bene comune, non solo cattolico».

Lei sta svelando uno scenario retrostante…

«Dietro tutto ciò sta in realtà la mancanza di fede e di fiducia in Dio, che è più grande di qualsiasi legge umana, anche quella che agli uomini della Chiesa potrebbe sembrare in un certo momento ingiusta o imperfetta.

Mentre l’impressione è che non fidandosi di Dio, gli uomini di questa mentalità cattolica si arrogano le funzioni di un Dio, che sa tutto e meglio di tutti gli altri e da onnipotente domina tutti gli altri».

La sua è un’azione di smontaggio?

«Le ricordo uno slogan che mi hanno insegnato gli amici di Comunione e Liberazione, “Rilassati. Dio c’è e non sei tu”, che io intendo così: Rilassati, fidati di più di Dio, non di te stesso e delle tue pur sempre corte vedute, tu non sei onnisciente e onnipotente. Difendi i tuoi valori, ma liberati dall’odio e dalla paura dell’altro, dalle offese dell’altro che spesso non conosci e non capisci».

Eppure Papa Francesco come riformista è ritenuto già eroico. Ce la farà a cambiare la Chiesa, o i suoi sono solo pronunciamenti?

«Sì, Papa Francesco ha dato un respiro forte. Ha aperto le finestre e ha fatto entrare l’aria fresca sin dal suo umano “buonasera!” nell’ora dell’apertura del pontificato.

Abbiamo iniziato a respirare, ma attualmente ho l’impressione che stiamo tornando a una sorta di apnea, senza respirare e così anche senza possibilità di parlare veramente o almeno di tacere prudentemente o moderare i toni su certi temi, sui quali non eravamo capaci di condurre gli studi oggettivi.

Il respiro si era interrotto con vari segnali di perdita dell’entusiasmo iniziale di quel novum che lui ha portato con sé a Roma. L’affondo del Sinodo, minuziosamente orchestrato dai nemici del Papa e della Chiesa, quelli della Congregazione per la dottrina della fede e del Vaticano in genere, ne fu una dimostrazione clamorosa. Hanno proprio tolto il respiro al pontificato».

Monsignore, ora lei non rischia di diventare una specie di predicatore pellegrino, un’icona gay, un caso da rappresentare ad ogni manifestazione Lgbt?

«Io non rischio nulla… (scusi la battuta!), ovvero nel coming out io ho già rischiato tutto per essere coerente con la verità e con il dovere di coscienza davanti agli abusi della dottrina della Chiesa… Al movimento LGBT, a cui aggiungo sempre IQ (persone intersessuali e queer, che hanno anche la loro dignità che va difesa), penso come ad una forza profetica, che si era opposta alla paranoia della discriminazione e segregazione e si era posta da parte dei diritti umani di chi ne era o continua essere privato.

Sono molto grato al coraggio di questo movimento, che assomiglia al coraggio delle donne femministe, che già prima hanno iniziato le lotte contro la loro discriminazione o il coraggio dei neri che si sono opposti alla segregazione e al razzismo.

Tutti loro hanno reso l’umanità più umana. Nel cuore porto tutte le loro passioni, che iniziavano da gesti di pochi, pochissimi coraggiosi. Tra di loro vorrei ricordare anche i grandi preti cattolici».

Le testimonianze sono dunque parecchie?

«Avevo già menzionato uno del nostro Bel Paese, ma vorrei aggiungerne un altro: il padre gesuita americano John McNeill, tornato a Dio all’età di 90 anni nel settembre 2015 (giusto prima del mio coming out, così non sono riuscito a conoscerlo di persona).

Fu sospeso dalla Chiesa e perseguitato dalla Congregazione, dove lavoravo. Questo grande prete omosessuale, sposato felicemente con il suo partner Charlie Chiarelli, con cui ha condiviso quasi mezzo secolo di vita di coppia, è un’ispirazione davanti a cui chino il volto».

Di Stefano Scansani per http://lanuovaferrara.gelocal.it/

Commenti

commenti



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *