Gay sì, ma non in casa mia: la piaga dell’omofobia in Italia e nel mondo

se tua figlia s’innamorasse della sua migliore amica? A che punto siamo, in Europa e nel mondo, nell’accettazione dell’amore e del desiderio tra persone dello stesso sesso?
Il rapporto svolto da ILGA (The International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association), Riwi  e Logo ci mostra un campione significativo di come le società dei cinque continenti si rapportano al mondo LGBTI.

La lotta all’omofobia non si combatte solo a colpi di leggi dello Stato; la percezione e il conseguente atteggiamento che si ha nei confronti della minoranza arcobaleno è una questione culturale e di educazione alla diversità.
E sul tema delle discriminazione in base all’orientamento sessuale, l’immagine che l’ILGA ci restituisce non è delle migliori. Africa e Asia sono ancora lontane dall’accettazione di pari diritti e dignità dei cittadini omosessuali e l’Europa si presenta a più velocità, con l’Est ancora ancorato su posizioni omofobe e l’Italia che fatica a mettersi al passo con la media europea.
Il sondaggio ha visto protagoniste 96.331 persone intervistate in 54 Stati differenti, sparsi in tutto il globo, selezionati per la rappresentatività nel loro continente. La ricerca, pubblicata a ottobre 2016, si è sviluppata tra dicembre 2015 e gennaio dello scorso anno.

L’Africa, il continente più omofobo
Dati alla mano, il continente meno tollerante e quindi più discriminatorio nei confronti della comunità LGBTI resta l’Africa, complice anche una politica che fa della discriminazione e, in alcuni casi, della persecuzione degli omosessuali il proprio baluardo.
Alla domanda se conoscessero almeno una persona gay, lesbica o bisessuale solamente il 29 per cento ha risposto affermativamente. Sintomo di una costante paura della discriminazione, che fa sì che gli omosessuali spesso tengano nascosto il proprio orientamento sessuale.
Fa da eco anche l’Asia, dove la percentuale arriva solamente al 32 per cento, doppiata invece da America e Oceania dove si arriva ad un 61 per cento. L’Europa invece resta al 50, con sostanziali differenze tra un Paese e l’altro.

Gay è ok, ma non in casa mia
Stando a quanto riportato dal sondaggio, avere vicini di casa omosessuali non rappresenta un ostacolo nella maggior parte dei casi, con percentuali che certamente variano; diventa un problema quando c’è la possibilità che nostro figlio faccia coming out. In Italia infatti il 46 per cento degli intervistati dichiara che, alla notizia di avere un figlio innamorato di una persona dello stesso sesso ne sarebbe ‘abbastanza sconvolto’, a fronte di una media europea del 31 per cento.
E se un bimbo si vestisse come una bambina ed avesse atteggiamenti femminili? In Italia lo troverebbe accettabile il 37 per cento del campione intervistato, che diventa un 41 per cento se fosse una figlia a voler vestirsi da maschietto.

Come ti sentiresti se i tuoi vicini di casa fossero gay, lesbiche, bisessuali? 

Europa 14%

Asia 21%

Africa 18%

America 11%

Oceania 9%

Italia 13%

Il 72 per cento degli intervistati in Italia dichiara che i cittadini LGBT dovrebbero godere degli stessi diritti dei cittadini eterosessuali, guadagnando un punto percentuale in più rispetto alla media europea. Quando però si tratta del matrimonio, che consentirebbe la vera uguaglianza tra le unioni eterosessuali e omosex, solo il 35 per cento si trova d’accordo. Un testa a testa con il sì, al di sotto della media del nostro continente e degli Stati Uniti, così come dell’Oceania.

Omosessualità e bullismo
Non stupisce il fatto che gran parte degli europei, e gli italiani in particolare, non vedano più l’omosessualità come un crimine da perseguire. Culturalmente distanti dall’Africa e l’Asia dove le percentuali che indicano l’essere gay come un’infrazione da punire diventano importanti, il mondo occidentale vede invece il bullismo come il vero problema.
Il 55 per cento degli italiani dichiara di percepire come un problema importante gli atti di violenza fisica e verbale verso gli appartenenti alla comunità LGBTI, distaccandosi dalla media europea di ben nove punti percentuali.
Questo dato è suscettibile a una doppia lettura: da un lato può farci ben sperare che il nostro Paese abbia intrapreso la strada della consapevolezza che la discriminazione c’è e va punita. Dall’altro canto una percentuale così alta rispetto alla media del nostro continente mette in luce che il bullismo verso gli omosessuali è ancora forte in Italia, complice anche la mancanza di una legge specifica che combatta la violenza con l’aggravante della discriminazione sull’orientamento sessuale.

Essere gay, lesbica, bisessuale, transgender o intersessuale dovrebbe essere un crimine?

Europa 10%

Asia 23%

Africa 35%

America 9%

Oceania 9%

Italia 6%

Gli atti di bullismo verso i ragazzi che si dichiarano o che vengono percepiti come gay, lesbiche o transgender sono un problema importante

Europa 15%

Asia 19%

Africa 21%

America 24%

Oceania 10%

Italia 19%

A fronte di un’ Europa in cui solo il 2 per cento si sente discriminato per il suo orientamento sessuale, la cifra del nostro Paese appare enorme e ci fa guadagnare il fondo della classifica a pari merito con la Repubblica Slovacca.
La discriminazione subita dal mondo LGBTI si muove di pari passo alla mancanza di consapevolezza in materia di diritti.
Chi subisce violenza verbale o fisica in base al proprio orientamento sessuale non conosce quali siano i propri diritti per difendersi in merito. L’ennesimo posto basso della classifica che l’Italia guadagna, con un 58 per cento di concittadini che dichiarano di esserne all’oscuro.

Avere colleghi omosessuali non mette a proprio agio i nostri concittadini. Su una scala da 1 a 10, gli intervistati che si sentirebbero ‘moderatamente a proprio agio’ è il 69 per cento, mentre la media europea è al 72. La percentuale scende al 64 se l’ipotetico collega di lavoro fosse un o una transessuale.

Due uomini che si tengono per mano o che si baciano in pubblico desta ancora scandalo. In Europa il 49 per cento dichiara di sentirsi a proprio agio di fronte ad una coppia omosessuale maschile, in Italia la percentuale si riduce al 42, ponendoci nella parte bassa della classifica dei Paesi del vecchio continente.

DI GIULIA TORLONE per L’Epresso

 

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